Attributi di Dio
Onniscienza: sa tutto, ed è sempre al corrente di tutto quello che fa ogni persona. Quindi Dio è al corrente delle tragedie prima che succedano.
Onnipotenza: Dio ha il potere di fare qualsiasi cosa, anche violando le leggi della natura. Dio ha creato il mondo solo con la parola. Quindi certamente è in grado di intervenire per prevenire una tragedia.
Onni-benevolo: Dio ama e si preoccupa per la sua creazione. Rappresenta assoluta benevolenza, misericordia, amore e bontà.
Se Dio è tutto questo, allora può impedire il male gratuito e la sofferenza degli innocenti. Ma il male gratuito esiste e questo presenta un reale e sostanziale problema per la tradizione religiosa monoteistica. Questo non è solo una questione filosofica. Riguarda l’esperienza quotidiana dell’uomo che pensa e che percepisce una dissonanza fra quello che succede nel mondo e quello che uno si aspetterebbe da un creatore fondamentalmente giusto, benevolo e onnipotente. Non riusciamo a conciliare tutti i tre attributi insieme non possono con la nostra esperienza della realtà nel mondo.
Le spiegazioni che cercano di risolvere questa apparente contraddizione si chiamano Teodicee dalle parole greche théos = Dio e dike = giustizia.
Forse il primo a porre la domanda è stato il filosofo greco Epicuro nel 3. secolo A.C. : Se Dio vuole prevenire il male e non può, allora non è onnipotente, se può e non vuole allora non è misericordioso; se può e vuole, allora da dove viene il male?
E’ una domanda appropriata?
Forse il pensiero religioso non deve far appello all’intelletto, ma fare semplicemente un atto di fere. Siamo autorizzati a chiedere il perché del male nel mondo? Perché Dio permette gli innocenti a soffrire? Non è arroganza da parte nostra? Un’offesa a Dio? La nostra tradizione lo permette?
L’uomo religioso della ragione in generale e l’ebreo in particolare ha sempre affrontato i perché cosmici. E’ in parte questa ricerca dell’autenticità che distingue l’uomo religioso della ragione dall’uomo religioso fanatico. Per l’ebraismo l’intelletto è importante e deve conciliarsi con la fede.
La tradizione ebraica da grande spazio a domande aggressive. Nell’ebraismo l’uomo sfida e interroga Dio e Dio invita questa sfida.
Tutti conosciamo il passo biblico in Genesi 18 quando Dio decide di distruggere le città di Sodoma e Gomorra.
“Il Signore disse: Posso io tener celato ad Abramo ciò che sto per fare?”
“Devo nascondere da Abramo quello che sto per fare?” Dio sapeva che Abramo lo avrebbe sfidato e provoca questa sfida perché Egli ha scelto Abramo proprio per la’asot tzedakah umishpat (per operare con carità e giustizia).
E Abramo no si fa attendere:
“Vorrai (halilah lecha) sterminare col malvagio anche il giusto? … il giudice di tutta la terra non farebbe giustizia?”
E’ mai possibile che Tu vorrai fare una cosa del genere? E le parole chiave della sfida sono proprio quelle suggerite da Dio: tzedek umishpat (carità e giustizia).
Anche Mosè chiede spiegazioni a Dio : “Lama harai’ota le’am hazeh?” “Perché hai fatto del male a questo popolo?”
“Tu sei giusto, o Signore, perché io debba contendere con Te. Eppure io oso rivolgerti la parola suoi Tuoi giudizi. Perché la vita degli empi è prospera e vivono tranquilli tutti i disonesti?” Geremia 12:1
Anche Giobbe del quale parleremo più tardi pretende delle spiegazioni da Dio.
Quindi non ci sono dubbi che secondo la nostra tradizione la domanda sia legittima. Ma qual è la risposta? L’ebraismo ha una sua teodicea?
Teodicea nell’ebraismo
Da Giobbe ai saggi del Talmud, da Maimonide a Luria e a Besht, tutti si pongono la domanda tzadik ve-ra lo, il giusto che è afflitto dal male. Il numero di risposte varia con il numero di interpretanti. Nell’ebraismo nessun approccio ha un valore ufficiale, dogmatico e autoritario.
Le risposte ebraiche
I rabbini del Talmud suggeriscono diverse risposte:
1) Il limite di comprensione dell’essere umano
L’uomo finito non può capire le vie del Dio infinito.
Le vie del Signore sono imperscrutabili e diventeranno per noi comprensibili solo nel mondo avvenire.
Dio conosce i suoi scopi ultimi. L’uomo deve aver fede nella giustizia divina.
“Non è nel nostro potere capire la sofferenza dei giusti e il benessere dei malvagi.” (T.B. Avot 1:15)
L’Ebraismo deve molto attentamente esplorare approcci alternativi prima di arrendersi alla difesa di impenetrabilità in qualsiasi area di dottrina religiosa, tanto meno quando riguarda l’interazione fondamentale fra Dio e l’uomo.
L’intelletto e la ragione è proprio la modalità tramite la quale Dio e l'uomo si mettono in relazione l'uno con l'altro.
Abraham Ibn Ezra che ha vissuto nella Spagna medioevale dice: "La virtù più alta nella vita è la ragione... L'anima deve sforzarsi per conoscere la sua origine e per capire la sua natura, con l'aiuto della Saggezza che porta i luoghi lontani e remoti vicini a noi e che fa sembrare la notte come il giorno... Non è un immagine visiva me una percezione intellettuale che ci fornisce la vera visione di Dio".
Quando Abramo ruppe gli idoli, fu una rivoluzione nello stesso tempo religiosa ed intellettuale. L'ebraismo è giustamente orgoglioso del rigore intellettuale del esegesi talmudico e dell’importanza dello studio. Questo rigore intellettuale ha avuto un ruolo importante nella sopravivenza dell'ebraismo.
E’ difficile per l’uomo assumere un impegno con un sistema religioso nel quale il fattore dell’incomprensibilità è predominante. Questo vale soprattutto per gli ebrei che sono impegnati a uvahem nehege yomam valayla (studierai giorno e notte). L’uomo credente deve, nei limiti assoluti della possibilità umana, cercare di percepire gli aspetti comprensibili nel suo rapporto con la sua divinità. Se uno non può dare una risposta intellettualmente coerente e soddisfacente ad un ragazzo, ha in qualche modo fallito. E’ segno di debolezza.
L’uomo è stato creato nell’immagine e somiglianza di Dio. Quindi è indispensabile che l’uomo capisca Dio moralmente affinché possa imitarlo
Dio vuol essere conosciuto. Conoscere Dio non è un esercizio metafisico. Significa imitare la preoccupazione morale di Dio per le Sue creature.
“Ma il Signore non fa nulla senza svelare la Sua decisione ai Suoi servi, i profeti” (Amos 3:7)
“Tuo padre mangiava e beveva, ma esercitava la giustizia e il diritto ed era felice. Sostenne la causa del povero e del misero ed era felice. Non consiste in questo conoscere Me? Dice il Signore. (Geremia 22:15-16)
"Così ti ho spiegato che il fiume di ragione che corre verso di noi dal Signore, che Egli sia lodato, è il legame che ci unisce a Lui" (Maimonide La Guida 3:51).
Quindi può anche essere che nel complesso le vie di Dio sono infinite, misteriose, impenetrabili, oltre la piena comprensione della mente finita. Tuttavia, questo non vuole dire che nell’interazione di Dio con l’uomo la comprensibilità non sia pertinente, addirittura non implicita in un rapporto di alleanza, e quindi non dobbiamo rinunciare ad interrogarsi.
2) Tutto è per il bene - Gam zo l’tovah (anche questo è per uno scopo buono).
“Come dice Rav Huna, Qualunque cosa faccia Il Misericordioso è per il bene” (T.B. Berachot 69b).
“E così fu insegnato in nome di R. Akiva: La persona deve abituare se stesso a dire, ‘qualsiasi cosa faccia Il Misericordioso, è per il bene” (Berachot 60b). (Attenzione: “deve abituare se stesso a dire”, non “deve credere che…”).
Il tema implicito in queste prime due risposte è che esiste un disegno divino che noi, con i nostri limiti umani non riusciamo a comprendere e che la sofferenza di innocenti faccia parte di questo disegno.
3) Il male come punizione
L’uomo è punito per i suoi peccati e per le sue manchevolezze.
La malvagità dei padri cade sui figli (responsabilità verticale).
La sofferenza è la conseguenza di azioni malvagie o di trascurare lo studio della Torà.
“Se un uomo vede che è afflitto di sofferenza, deve esaminare le sue azioni, in quanto è detto, Se egli (un individuo che soffre) cerca e non trova nulla (di riprovevole), deve attribuire la sua afflizione alla sua negligenza nello studio dalla Torà.” (Berachot 5a)
R. Ammi dice: “Non c’è morte senza peccato e non c’è sofferenza senza iniquità.” (Shabbat 55a). Questa sua posizione è però contestata e dopo una discussione fra i rabbini si conclude il contrario: “C’è morte senza peccato e c’è sofferenza senza iniquità.”
Secondo questa posizione che possiamo definire “fondamentalista” la sofferenza dell’uomo ha le sue origini nel peccato. La buona sorte è prova sufficiente della rettitudine, e la mala sorte prova sufficiente del peccato.
Vedremo quando parleremo del libro di Giobbe come questa tesi è smentita da Dio stesso.
4) Hester panim (Dio che nasconde la sua faccia)
“… questo popolo fornicherà dietro gli dèi stranieri del paese nel quale egli si stanzierà. Allora la Mia ira divamperà e nasconderò loro la Mia faccia” (Deuteronomio 31:16-17).
Questo concetto è utilizzato sopratutto come risposta ad una serie particolari di eventi catastrofici in periodi storici specifici, p.e. la Shoà.
Dio che improvvisamente e inspiegabilmente ritira la sua provvidenza e nasconde la Sua faccia. Dio che abbandona temporaneamente il mondo e sospende la Sua sorveglianza attiva per un periodo specifico della storia.
5) La sofferenza purifica l’uomo che avrà la sua ricompensa nel mondo avvenire
L’uomo soffre in questo mondo per purificarsi e per espiare i propri peccati e passare pulito mondo avvenire; i peccati sono perdonati tramite la sofferenza.
Ci sono alcuni meriti che Dio ricompensa in questo mondo, e ci sono altri meriti che Dio ricompensa nel mondo avvenire.
La sofferenza provoca l’uomo a riflettere sulla sua inadeguatezza e lo spinge a sviluppare la sua potenzialità.
“Chi Dio ama lo purifica, come il padre castiga il figlio che ama” (Proverbi 3:12)
“Rav Shimon ben Yochai dice: ‘Il Santo benedetto Egli sia ha dato a Israele tre regali preziosi, e tutti questi sono stati dati solo tramite sofferenza. Questi sono: La Torah, la terra di Israele e il mondo avvenire’” (T.B. Berachot 5a).
Dio si comporta in modo particolarmente severo con quelli vicino a Lui” (Yebamot 121b).
“La morte di un tzadik porta all’espiazione” (Moed Katan 28a).
In Kohelet 7:14 c’è scritto:
“Nel giorno della felicità sii allegro e nel giorno della sventura rifletti, tanto l’uno quanto l’altro gli ha fatti Dio, affinché l’uomo non scopra nulla di quello che sarà dopo di lui”
Cioè la felicità e la sofferenza si riceve in uno dei due mondi e quello del mondo avvenire è molto superiore. Quindi se un tzadik soffre in questo mondo la sua ricompensa nel mondo avvenire sarà certamente molto più grande.
C’è chi sostiene che q uando la sofferenza non è dovuta al peccato, allora serve lo scopo di purificazione. In questo modo coprono tutte le basi, con l’uomo che rimane lo sfortunato bersaglio di Dio in un mondo (no-win).
6) La sofferenza per responsabilità collettiva
L’individuo è punito insieme al resto della comunità per peccato collettivo.
La sofferenza dello tzaddik è espiazione per tutto il popolo.
“Ed i superstiti tra voi si consumeranno per le loro colpe nelle terre dei vostri nemici, ed al tempo stesso si consumeranno per i peccati dei loro padri”. (Levitico 26:39)
Nel Talmud Sanhedrin 27b si discute su questo versetto:
“Allora non sono tutti responsabili l’uno per l’altro?”
e si conclude:
“Solo se uno poteva impedire le misfatti dell’altro e non lo ha fatto.”
7) La libertà dell’uomo (il libero arbitrio)
La necessità di mantenere il libero arbitrio dell'uomo esclude la possibilità dell'intervento Divino. Non che Dio non possa intervenire, ma se lo fa l’uomo diventa un pupazzo senza libero arbitrio e quindi Dio non può realizzare il suo scopo per l’umanità e per la creazione.
… io ho posto davanti a voi la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli la vita, onde viviate tu e la tua discendenza….
Deuteronomio 30:19
Il libero arbitrio significa la possibilità di scegliere il male. Dio chiede agli uomini di scegliere il bene, ma non può essere ritenuto responsabile quando scelgono il male. Il Dio della misericordia è limitato dal Dio della libertà.
Spiegazioni che limitano gli attributi di Dio
Dio non onnipotente
Dio per essere Dio non deve essere onnipotente. Dio come l’universo e come l’uomo è in uno stato di divenire. Egli lotta contro il male e ci invita a partecipare per realizzare il futuro e perfezionare il mondo. L’uomo può aiutare Dio e Dio può aiutare l’uomo. Dio e l’uomo sono dei partners nel costruire e perfezionare il mondo. L’uno ha bisogno dell’altro.
Il Rabbino conservative Harold Kushner nel suo libro, “When Bad Things Happen to Good People”, conclude che il paradosso della teodicea si può risolvere solo ridefinendo gli attributi di Dio. Egli suggerisce di credere in un Dio che non ha un potere infinito (per propria volontà? Auto-limitazione?) ad influenzare le azioni dell’uomo, ma che sa tutto e che rappresenta l’assoluta bontà e misericordia. Quindi Dio non ha impedito la Shoà perché non aveva il potere di farlo. Dio può solo piangere insieme alle vittime.
Un filosofo ha chiesto: Può Dio creare una roccia così pesante che Egli stesso non la può sollevare?
Open Theism oppure Free Will Theism
Gli esseri umani sono responsabili della maggior parte delle loro azioni. Di fronte ad una terribile tragedia, Dio la accetta e cerca che risultati positivi vengano fuori anche dal male. Dio non è onnisciente nel senso normale della parola. Egli non può predire tutto il futuro perché il futuro in grande parte dipende da un interazione complessa di innumerabili decisioni fatte da esseri umani che dispongono tutti da un libero arbitrio che quindi Dio non può prevedere e non può controllare. Dio si adatta agli eventi e prova a guidare il futuro nella direzione giusta. Alcuni che aderiscono a questo pensiero riconoscono l’onniscienza nel senso che Dio potrebbe conoscere il futuro ma sostengono che per propria volontà Egli rinuncia a questa conoscenza in modo che gli uomini possano veramente avere la libertà di scelta. Altri sostengono che il futuro non esiste e quindi non può essere conosciuto anche da Dio. Altri invece dicono che se Dio è onnisciente e sa quello che l’uomo farà nel futuro, allora non si può dire che l’uomo ha un vero libero arbitrio.
Questo non è vero perché Dio può sapere a priori tutte le azioni che l’uomo sceglierà liberamente di fare nel futuro e questo non significa che l’uomo non sia libero di scegliere.
I sostenitori di questa corrente di pensiero fanno riferimento a più di 30 passi biblici nei quali Dio confronta l’inaspettato, prova dispiacere, mette alla prova le persone per conoscere i loro caratteri, cambia idea, si pente delle Sue decisioni precedenti, piange per noi e soffre per noi.
Tuttavia i passi biblici ai quali questi fanno riferimento sono antropomorfici. E’ impossibile non parlare di Dio in termini umani perché non abbiamo altri mezzi per esprimerci. Se usiamo termini umani per descrivere Dio e le sue azioni e per renderlo a noi comprensibile, non possiamo trarre delle conclusioni su Dio basandoci su questi termini che noi stessi abbiamo usato.
La Shoà
Non si può trattare un tema che riguarda il male gratuito e la malvagità senza parlare brevemente della Shoà che rappresenta un nuovo estremo del male a causa della sua intensità, magnitudine, struttura organizzata e natura diabolica.
Tuttavia una tragedia come la Shoà apre le porte ad un’introspezione comune..
Possiamo spiegare la Shoà?
Elie Wiesel ha detto: Forse un giorno qualcuno spiegherà come, a livello dell’uomo, la Shoà fu possibile, ma a livello di Dio, rimarrà per sempre il più inquietante dei misteri.
Alcuni sostengono che dal punto di vista teologico e filosofico la sofferenza di un solo innocente è un problema altrettanto grande come la morte di diversi milioni di innocenti e la domanda che noi dobbiamo considerare è: Perché anche una sola morte per atrocità? Perché una sola lacrima? Quindi nessuna nuova risposta è necessaria perché la Shoà è come tutte le altre orribili tragedie e la nostra teologia non dovrebbe cambiare a causa della Shoà. Se la vita umana ha valore, la perdita di una vita innocente è moralmente inaccettabile quanto la perdita di sei milioni di vite.
Altri invece cercano di spiegarla con le teodicee che abbiamo già discusso, come l’eclissi temporanea di Dio, il prezzo da pagare per avere il libero arbitrio oppure come un mistero oltre la nostra capacità di comprendere.
Oltre a queste risposte possiamo citare Emil Fackenheim che sostiene che La Shoà fu un richiamo divino all’affermazione ebraica a sopravivere. Un evento che segnò un epoca e ci ha rivelato un nuovo comandamento: E’ proibito dare a Hitler una vittoria postuma.
Credo che non si debba nemmeno tentare di spiegare la Shoà filosoficamente o teologicamente. Perché cercare una spiegazione significa giustificare in qualche misura la morte, il tormento e la sofferenza di un milione di bambini e cinque milioni di adulti. Ma la spiegazione che forse ci offende più delle altre e quella di mi-penei hata’einu (per causa dei nostri peccati), la Shoà come punizione. Secondo il punto di vista di alcuni rabbini Ultra-Ortodossi gli ebrei dell’Europa erano dei peccatori (riformati, conservatori, sionisti) che meritavano di morire e quindi l’azione di Dio che permise questo fu giusta (Rabbi Joel Moshe Teitelbaum, capo dei Satmar). Oppure fu una punizione collettiva per non essere tornati a sion (Rabbi Mordechai Atiyah), oppure colpa degli ebrei non ortodossi (Rabbi Chaim Ozer Grodzinsky. .
Questa spiegazione è irrilevante, impudente e insensibile. Con le parole di Norman Lamm:
Mentre tutti noi non riusciamo a cominciare a capire oggi, 60 anni dopo, come l’essere umano ha potuto così degenerare per poter arrivare a questo orrore, questi sanno che sei milioni di ebrei furono uccisi perché c’erano i sionisti, o perché erano contro il sionismo, o perché erano assimilati o quanto altro. Non hanno dubbi, non hanno domande, non hanno incertezze. Semplicemente sanno perché è successo. L’enormità di questa arroganza e insensibilità è imperdonabile.
Nel passato ogni volta che si cercava di interpretare un disastro come conseguenza del peccato chi interpreta includeva se stesso nel gruppo che era colpevole. Furono i nostri peccati, non i peccati di altri, che causarono l’esilio del popolo ebraico dalla sua terra. Oggi, nel cercare di spiegare il più grande disastro che capitò al popolo ebraico, queste persone di piccole teste incolpano altri non loro stessi. Gli anti-sionisti incolpano i sionisti e vice versa, i secolaristi incolpano i rabbini ortodossi che non hanno incoraggiato l’emigrazione, gli ortodossi incolpano gli assimilazionisti e i socialisti ecc. Solo questo basta a squalificare il ragionamento che fanno.
Soloveitchik e l’ebraismo halakhocentrico
Rav Joseph B. Soloveitchik, la figura più autoritaria dell’ortodossia contemporanea, fa della razionalità un elemento centrale della sua concezione del "Uomo Halakhico". L'uomo religioso della ragione non approva il fervore religioso al quale manca un fermo supporto intellettuale.
Effettivamente l'ebraismo si congratula per la sua coesione interna sopratutto nel campo dell'esegesi talmudico e dello sviluppo Halakhico. Attraverso i millenni c'è stato un lavoro quasi ossessivo di messa a punto dei piccoli dettagli dell'Halakha. Secondo Soloveitchik nell’ebraismo l’intelletto attraverso lo sviluppo dell’Halakha è anche lo strumento per costruire una scala spirituale verso il cielo. E' questo duplice approccio che distingue l'ebreo, e che è stato la chiave della sua sopravivenza attraverso i millenni.
Soloveitchik sostiene che la natura halakhocentrica dell’ebraismo insegna che essere veramente umani significa agire per rendere se stessi e il mondo migliore, e non porre il problema in termini metafisici, perché ci lasciamo intrappolare in un dilemma che viene dal di fuori della nostra esperienza. L’unica possibile risposta umana alla sofferenza è riconoscere il male e agire in conseguenza. Rispondere al male attivamente, creativamente e produttivamente.
Il centro di gravità teologico si sposta da speculazione, che non aiuta il sofferente, a prassi. Quindi le domande da porsi sono: “Che cosa deve fare la persona che soffre per poter continuare a vivere nella sua sofferenza?”, “Che obblighi ci impone la sofferenza?”. Non dobbiamo domandarci sulle vie nascoste dell’onnipotente, ma piuttosto sulla via che l’uomo deve percorrere quando la sofferenza colpisce.
Dobbiamo rispondere con le azioni e con i modi classici del comportamento rituale e halakhico dell’ebraismo. Inoltre chi soffre deve imparare dalla propria esperienza a provare empatia verso altri sofferenti e ad agire partendo da questa empatia. La trasformazione di Giobbe avvenne perché per la prima volta egli “pregò per i suoi amici”.
L’unica risposta legittima alla Shoà è l’azione e non la speculazione, quindi costruire lo stato di Israele che deve essere fra altre cose anche un paradiso per i sofferenti.
Midrash: Abramo e il palazzo in fiamme – interpretazione di Jonathan Sacks
Il Signore disse ad Abramo: Lech Lecha, Va via dal tuo paese, Dice il midrash: Questo assomiglia a qualcuno che è in viaggio e vede un palazzo che sta bruciando. Si chiede: Come può questo palazzo bruciare? Sicuramente avrà un suo padrone? Se ha un suo padrone, qualcuno se ne starà occupando del palazzo, e quindi qualcuno dovrebbe essere lì a spegnere il fuoco. In quel momento Dio appare sulle mura e dice: “Io sono il Padrone del palazzo”.
Midrash Bereshit Rabbah 39:1
Il Rabbino capo del Regno Unito Jonathan Sacks lo interpreta così: Abramo vede un palazzo. Questo significa che qualcosa è stato creato, è stato costruito per uno scopo. Ma il palazzo sta bruciando! Ora, nessuno costruisce una casa e poi se ne va abbandonandola. Quindi, se c’è l’incendio ci deve essere qualcuno che si preoccupa a spegnerlo. La casa deve avere un suo padrone. Ci deve essere un creatore. Ma dove è? Dove è Dio? Questa è la domanda che non dà pace ad Abramo.
Il mondo è pieno di male, di violenza, di ingiustizia. Perché Dio lo permette? Può essere che Dio abbia creato il mondo solo per abbandonarlo? O può essere che il mondo non abbia nessun padrone, nessuno che se ne occupa? Ci sono due possibili risposte logiche dice Sacks.
Una: Non c’è Dio. Ci sono solo delle forze che si contendono, c’è la casualità e la necessità. C’è la mutazione genetica e la selezione naturale. Il forti, i meglio adattati sopravvivono. L’evoluzione dell’universo sono guidate da forze che sono inesorabili e cieche. Non c’è giustizia perché non c’è giudice. Possiamo solo chiedere “Come?” Questa è la domanda scientifica. Ma non possiamo mai chiedere, “Perché?”. Non c’è un perché. Non c’è un palazzo nel senso di ordine, di scopo, ma ci sono solo le fiamme. Ovviamente questa non è una risposta accettabile per la tradizione ebraica.
Due: Dio esiste. Quindi tutto quello che c’è, esiste perché Egli lo ha creato. Tutto quello che succede è perché Egli lo ha voluto. Allora l’ingiustizia deve essere un illusione. Pensiamo che sia male perché non capiamo. Perché non siamo in grado di vedere il disegno che sta dietro. Se le persone soffrono, sarà perché hanno sbagliato e quindi sono puniti, oppure, se sono innocenti, sarà per purificarli, per elevarli, per insegnare loro la compassione. Vuol dire che in qualche modo Dio organizza la perfezione dell’anima attraverso il tormento del corpo. Se solo potessimo vedere le cose attraverso la prospettiva di Dio, non avremo più nulla da domandare perché tutto viene da Dio e quindi tutto è buono. L’incendio e solo un illusione. In realtà non ci sono le fiamme, c’è solo il palazzo. La tradizione rifiuta anche questa risposta: “Guai a coloro che dicono al male bene e al bene male” (Isaia 5:20)
O c’è Dio e quindi non c’è il male, oppure c’è il male e quindi non c’è Dio.
La fede di Abramo inizia con il rifiuto ad accettare tutte e due le ipotesi. Per Abramo entrambi esistono. C’è il palazzo e c’è anche l’incendio. C’è Dio e c’è anche il male. L’ebraismo non inizia stupore e ammirazione per la perfezione del mondo. L’ebraismo inizia esattamente dall’opposto, come una protesta contro il mondo che non è come dovrebbe essere.
C’è una contraddizione fra la perfezione nella creazione, e la malvagità di cui l’uomo è capace. E questa contraddizione non si può risolvere a livello del pensiero. Non si può risolvere con la filosofia, con la teologia o la teodicea. Il solo modo per risolvere la tensione è con l’azione, facendo il mondo migliore di quello che è. Quando non ci sarà più l’incendio raggiunto la nostra destinazione.
Il Midrash finisce con Dio che risponde ad Abramo e gli dice: “Io sono il Padrone del palazzo”. Nessun altra spiegazione. Praticamente dice: Io ho creato il mondo, ma anche la possibilità dell’incendio, e non faccio nulla per spegnerlo. Quindi tocca a te darti da fare perché solo tu puoi spegnere l’incendio, devi spegnerlo, e ti farò vedere come.
Quindi l’ebraismo è una fede di azione (mitzvah). Il progetto della Torà è tikkun olam, riparare un mondo frammentato, fratturato. Il tempo è un viaggio verso una destinazione accompagnato da una conversazione fra il Cielo e la Terra che genera una tensione propulsiva che sta nel cuore dell’ebraismo.
Dio esiste allora la vita ha uno scopo. Ma se il male esiste non abbiamo ancora raggiunto questo scopo. E fino a che non lo raggiungeremo dobbiamo continuare a viaggiare: Lech lecha, come hanno viaggiato Abramo e Sara, e come hanno viaggiato gli ebrei da sempre, el ha’aretz asher are’eka, alla terra che ti mostrerò, che è sempre un poco oltre l’orizzonte, sempre lì, ma sempre non ancora.
Dio non poteva creare un mondo senza il male?
Mentre Dio è perfetto, Egli ha creato il mondo come altro da Se, e quindi necessariamente il mondo deve essere imperfetto. L’unità c’è solo in Dio. Nel mondo c’è sempre il dualismo. In altre parole i concetti come verità, bontà, giustizia nel loro stato puro e assoluto esistono solo nel cielo. Nel mondo questi concetti esistono in modo relativo e in contrapposizione ai loro opposti. Il bene contrapposto al male, la verità contrapposta alla falsità ecc. Il giusto e lo sbagliato, i cattivi e i buoni non sono nettamente separati. Il problema è saper distinguerli l’uno dall’altro facendo continuamente delle scelte non sempre facilmente individuabili, quindi con il rischio costante di sbagliare. L’ebraismo indica nello sforzo che l’uomo deve compiere a sbrogliare questa matassa lo scopo della creazione.
Il dolore fisico è provvidenziale per la sopravivenza. E’ un avvertimento, un segnale fisiologico che rende possibile l’auto-conservazione. Nello stesso modo che la morte sia necessaria perché la vita abbia un senso ed un valore, il male è necessario per l’esistenza del mondo. Infatti è Dio che crea il male come c’è scritto in Isaia 45:7.
Io sono il Signore e non vi è altro, Colui che forma la luce e crea l’oscurità, che fa pace e crea il male.
Se Dio avesse creato l'universo in modo che tutti avessero uguali sorti, non ci sarebbe pienezza e stimolo nella creazione. Saremo come dei pupazzi, degli attori senza anima in un film senza trama.
Senza il “yetzer ha-ra” nessuno costruirebbe una casa, prenderebbe moglie e si occuperebbe del lavoro. Bereshit Rabba 9:7.
Quindi forse questo è il migliore dei mondi possibili.
Il libro di Giobbe
Nella Bibbia c’è tutto un libro che affronta il perché della sofferenza umana. Un libro che è una riflessione filosofica e nello stesso tempo un poema sinfonico. Il libro di Giobbe. Questo libro è credo la risposta ebraica più autorevole al problema della sofferenza.
Chi era Giobbe?
“C’era nella terra di Uz, un uomo chiamato Giobbe: uomo integro e retto, temeva Dio ed era alieno dal male” (Giobbe 1:1)
Il fatto che sia dalla terra di Uz fa pensare che Giobbe non sia ebreo in quanto si pensa che Uz sia al sud di Edom le terre ereditate di Esau, padre dei gentili e questo fatto dà una dimensione universale al problema che si sta per affrontare.
Su istigazione del Satana Dio lo autorizza di mettere Giobbe alla prova. Il consenso di Dio alla sofferenza di Giobbe, da luogo e delle serie domande sulla giustizia divina. Infatti Dio non ha bisogno di testare Giobbe. Non ha nessun motivo. La rettitudine di Giobbe non è mai messa in discussione, lo conferma Dio stesso. Il fatto che Egli acconsenta al suggerimento del Diavolo dà un colpo fatale alla premessa che Dio è soggetto ad una logica umana e che l’universo è governato da leggi che possiamo capire e prevedere con le nostre capacità intellettuali.
Il Satana è solo un interlocutore che provoca. Non può agire se non è autorizzato da Dio. E’ Dio che lo permette ed è responsabile della sofferenza di Giobbe.
Giobbo perde la sua fortuna, la sua famiglia, la sua salute e non sa perché.
Egli però mantiene intatta la sua fede in Dio, lo riconosce come giudice e fa appello a Lui pretendendo giustizia. Esprime le sue rimostranze e chiede spiegazioni. Crede nel suo creatore e vuole sapere, vuole capire il perché della sua sofferenza.
Gli amici di Giobbe che apparentemente vogliono consolarlo hanno un approccio convenzionale alla teodicea. Infatti Elifaz, Bildad e Zophar insistono che Giobbe deve aver meritato quello che gli è successo.
“Ricordalo: quale innocente è mai perito e quando mai furono distrutti gli uomini retti?” (Giobbe 4:7)
dice Elifaz il Temanita.
Dal risultato deducono la causa. Non c’è sofferenza senza peccato. E quindi presumono che Giobbe sia stato giudicato e sia stato trovato colpevole. Quindi tentano di razionalizzare la sua sofferenza come punizione, ma così facendo, non intenzionalmente, degradano l’idea che Giobbe ha di Dio.
Mentre i confortatori di Giobbe negano qualsiasi tensione, Giobbe ne è fortemente consapevole e continua a cercare una risposta. Giobbe ammette che anche lui la pensava come i suoi amici, ma la sua esperienza personale non glielo permette più. La causa della sua sofferenza rimane un mistero per Giobbe, come per molte altre vittime che sono venute dopo di lui. Lui prova angoscia spirituale per il silenzio apparente di Dio. Con la sua fede, Giobbe non può accettare una difesa di Dio che implica un insulto alla dignità di Dio.
Risposta che arriva verso la fine del libro quando Dio finalmente entra in scena con la voce della tempesta. Non per dare spiegazioni, ma per fare delle domande:
“Cingiti i fianchi come un prode, io t’interrogherò e tu mi istruirai. Dov’eri tu quand’io ponevo le fondamenta della terra? Dillo, se hai tanta intelligenza! Chi ha fissato le sue dimensioni, se lo sai, o chi ha teso su di essa la misura? Ecc. ecc. (Giobbe 38)
Il discorso di Dio continua come una visita guidata del mondo con tutte le sue meraviglie, con tutto il suo splendore, con tutta la sua maestosità, ma anche con tutta la sua incomprensibilità e con tutti i suoi misteri.
E’ come se Giobbe fosse portato sulla cime più alti delle montagne da dove ha il privilegio di guardare la creazione dal punto di vista di Dio, sotto l’aspetto dell’eternità. Egli si rende conto dell’incomprensibile e l’indecifrabile mistero della creazione e del creatore e questo porta la pace nel suo cuore.
Othmar Keel dice che (Dieu Répond à Job): Tale incomprensibilità non rende impossibile, ma facilità l’incontro dell’uomo con Dio, perché non carica pregiudizialmente né l’uno né l’altro della totale responsabilità del male, ma pone le basi per la loro collaborazione nella lotta contro la sua misteriosa e non invincibile presenza.
Dopo il discorso di Dio, Giobbe, anche se non ha avuto la spiegazione della sua personale sofferenza, riconosce che la creatura umana è troppo debole per capire l’onnipotenza divina e i misteri della creazione, esprime la sua meraviglia e il suo stupore e ammette che l’uomo parla senza sapere.
“Ho parlato senza capire e ora i miei occhi ti vedono. Perciò mi ricredo e mi consolo avvolto fra la polvere e cenere”. (Giobbe 42)
Giobbe riconosce i suoi limiti e la sua mortalità come essere umano. Ma nella maestosità dell’universo, nelle meraviglie della creazione egli ha visto Dio e questo lo consola.
Il libro di Giobbe rifiuta quasi tutte le teodicee che abbiamo menzionato.
Giobbe non aveva peccato, questa è la premessa di tutto il libro, eppure ha sofferto. Infatti l’approccio convenzionale e fondamentalista, che Giobbe dovrebbe aver fatto qualcosa di male per meritare il suo destino, la semplicistica spiegazione di mi-penei hata’einu, è cancellato da Dio stesso che rimprovera severamente gli amici di Giobbe e dice ad Elifaz il Temanita:
“La mia ira si è accesa contro di te e contro i tuoi due amici, perché non avete detto di me cose rette come il mio servo Giobbe.” (Giobbe 42:7)
Gli amici di Giobbe hanno commesso un grave peccato morale e sono stati insensibili verso la vittima sofferente.
Il libro di Giobbe rifiuta anche la teodicea della ricompensa nel mondo avvenire. Perché nel libro tutto succede qui, nel mondo dei vivi. Anche alla fine è in questo mondo che Dio restituisce a Giobbe la sua fortuna e la sua famiglia.
Conclusione
Anche se non potremo scoprire il lavoro che fece Dio dall’inizio fino alla fine, è questo desiderio ardente dell’eternità, di conoscere i misteri della creazione che ci rende umani creati nell’immagine Divina.
Non possiamo quindi dire che non dobbiamo porre il problema in termini metafisici, lasciandoci intrappolare in una domanda alla quale non troveremo risposta.
La domanda: Perché Dio permette la sofferenza degli innocenti? Perché muoiono dei bambini? Perché la Shoà? Quale è la giustizia divina? Questa domanda c’è ed è legittima.
L’ha fatta Abramo, l’ha fatta il profeta Geremia, l’ha fatta Giobbe.
La Teodicea che pretende di conoscere la risposta alla domanda di perché il male e di sapere come conciliarla con gli attributi Divini è una presunzione. La stessa presunzione degli amici di Giobbe.
Sbagliano tutti quelli che pretendono di avere la risposta e che hanno l’arroganza di dire: è questa la spiegazione e so io la risposta.