Ricorderai per tutti i giorni della tua vita

Re-Visions

Intermarriage - Matrimoni misti negli Usa

Gli interventi del "sorvegliante" 1996-1998


Ogni anno a Pesach ci riuniamo con le nostre famiglie e amici per leggere la haggadah, per rivivere e trasmettere ai nostri figli la più importante esperienza del popolo ebraico: la liberazione dalla schiavitù e l’uscita dall’Egitto. Non si tratta della rilettura di un evento che appartiene alla storia antica, ma della rappresentazione di una memoria viva e attiva che continua a formare l’identità ebraica.

L’Esodo è l’inizio per gli ebrei del processo di divenire un popolo che forte di questa esperienza non ammette di rassegnarsi e riconciliarsi con il male, e continua a credere nella redenzione, nella perfettibilità della società, dell’umanità, del mondo intero.

Come mantenere questa fede, come continuare a credere nella redenzione in un mondo pieno di ingiustizia dove bambini muoiono di fame e si uccide per pulizia etnica? Come testimoniare al valore di ogni essere umano dopo le sofferenze che il popolo ebraico ha vissuto sulla propria pelle? Il fatto che tanta sofferenza continua a esistere mette a dura prova la fiducia e la fede nel messaggio che l’Esodo ci vuole trasmettere. E necessario quindi rinnovare questa esperienza e rendere l’Esodo attuale.

Nella tradizione ebraica, conservare la memoria della passata schiavitù è cruciale. Gli ebrei sono ammoniti a ricordare "tutti i giorni della loro vita" che una volta loro stessi furono degli schiavi. Devono incorporare nella loro coscienza il loro passato di schiavitù e integrare i ricordi di sofferenza e umiliazione per assicurare la propria identità morale. L’evento dell’Esodo è incluso nel testo all’interno dei tefillin, nello shemà e in tante altre preghiere che si devono recitare ogni giorno.

Quindi al popolo ebraico viene comandato di trattare la vedova, l’orfano, lo straniero, tutti che sono vulnerabili e ai margini della società, tutti quelli che soffrono, con compassione, con generosità e con amore.

"Non opprimere lo straniero, voi ben conoscete l’animo dello straniero, poiché stranieri siete stati nella terra d’Egitto." (Esodo 23:9) "Ti rallegrerai davanti al Signore tuo Dio. Il forestiero, l’orfano e la vedova… ricorderai che fosti schiavo in Egitto." (Deut. 16:11)

In altre parole, ama lo straniero perché tu stesso sei stato reietto in Egitto; abbi riguardo del povero perché tu stesso fosti bisognoso; abbi cura degli oppressi perché tu stesso sei stato perseguitato; aiuta l’indifeso perché tu hai rischiato l’annientamento; stai attento con il potere perché tu hai sofferto dal suo abuso.

Nel Talmud c’è un dibattito fra due rabbini Rav e Samuel. Samuel insegna che l’essenza del seder è politica, i partecipanti devono cogliere il passaggio dalla schiavitù alla libertà. Rav invece sostiene che l’esperienza chiave del seder è la trasformazione spirituale, vivere il contrasto fra l’idolatria e la liberazione religiosa dell’esperienza Esodo-Sinai. Le due interpretazioni in realtà si completano in quanto la schiavitù è legittimata dall’idolatria mentre la libertà e la democrazia hanno le loro radici nella dignità di ogni essere umano creato nell’immagine divina.

La sottomissione totale a qualsiasi sistema o a qualsiasi forma assoluta, indiscutibile e immutabile, è l’idolatria dei nostri tempi. L’idolatria e la schiavitù totalitaria sono simili in quanto considerano assoluto ciò che è relativo. L’Esodo sfida tutti e due.

I dieci comandamenti iniziano con le parole, "Io sono il Signore Iddio tuo che ti fece uscire dalla terra d’Egitto, dalla casa degli schiavi." Non servire altri dei significa non accettare qualsiasi valore o sistema che esiga un impegno e una sottomissione assoluta, che non sia disposto a mettersi in discussione.

L’Esodo afferma la possibilità di redenzione perpetua e di perfezionamento dell’umanità. Questo evento dell’antichità si rivive la sera di pesach per trasformare la memoria in realtà e impegno, e si ripropone ogni volta che apriamo il libro di pesach e iniziamo a leggere la haggadah.

Il Talmud (Sanhedrin 39B) racconta una bellissima storia. Quando il Mar Rosso si chiuse sull’esercito egiziano che inseguiva gli ebrei, gli angeli cominciarono a cantare un canto di gloria e di trionfo. Allora Dio gli rimproverò dicendo: "Le mie creature stanno annegando nel mare e voi cantate?"

Dio non volle ascoltare questo canto perché tutti gli esseri umani, siano considerati amici o nemici, sono delle sue creature. Questo insegnamento rifiuta l’elitismo come la chiave dell’auto-definizione ebraica. Qualsiasi tentativo a basare l’orgoglio e l’identità ebraica su concetti che degradano o anche ignorano l’altro, travisa tutto il significato e tutta la bellezza della nostra tradizione.

Ricordare "tutti i giorni della nostra vita" l’esperienza dell’Esodo dall’Egitto significa essere solidali a tutti i popoli oppressi e a tutte le persone che soffrono ed essere sempre impegnati a difendere la dignità e la libertà umana.

Joseph Bali


Irving (Yitz) Greenberg, rabbino ortodosso, Presidente del National Jewish Center for Learning and Leadership, conferenziere e scrittore (da segnalare il suo bellissimo libro sul significato delle feste ebraiche "The Jewish Way", Touchstone, New York, 1988) ha scritto l’introduzione del libro ReVisions (Jewish Lights Publishing, Vermont, 1998) di Elyse Goldstein, rabbino donna liberal, direttrice di Kolel, Centro Liberal di Studi Ebraici, scrittrice di diversi saggi e conferenziera. Il libro ReVisions è uno sguardo alla Torà attraverso delle lenti femministe. Segue un estratto dell’introduzione di Rav Greenberg:

Questo libro contribuisce in modo importante al processo di rendere lo studio della Torà l’impegno centrale della vita ebraica oggi. Il rinascimento ebraico inizierà e la crisi di continuità sarà superata nel momento in cui la collettività ebraica avrà nel suo cuore lo studio della Torà e applicherà i suoi insegnamenti alla vita quotidiana. Questo libro ispirerà gli ebrei religiosi liberal facendo loro capire quanto possano imparare dalla tradizione e quanto ci possano contribuire. Ispirerà anche ebrei religiosi tradizionalisti insegnando loro quanto affascinante e pieno di svolte impreviste sia il processo di apprendimento della Torà.

Devo confessare che ho esitato a scrivere questa introduzione. Solitamente le introduzioni sono la continuazione della tradizionale haskama (approvazione/convalida) di un libro con la quale la persona "maggiore", più acclamata e autoritaria garantisce l’importanza dell’autore e la bona fides del libro. "Che senso ha?" mi sono chiesto. In ambienti liberal la convalida di un rabbino ortodosso non sarà molto favorevole al libro (e potrà essere utilizzato da femministe più radicali come la prova che Elyse Goldstein si è venduta). In ambienti tradizionalisti grande parte del materiale non sarà apprezzato (e potrà essere utilizzato da fondamentalisti più radicali come la prova che Yitz Greenberg si è venduto).

Tuttavia, ho deciso di scrivere queste parole per tre ragioni fondamentali. La prima è la mia ammirazione da lunga data per il rabbino Elyse Goldstein che rappresenta i migliori impulsi nell’ebraismo reform - il desiderio di attacarsi profondamente alla Torà, di riappropriarsi dell’osservanza, di mantenere con gli ebrei tradizionalisti un dialogo rispettoso anche quando si è in disaccordo e nonostante i conflitti nelle rispettive visioni del mondo.

Sono un ortodosso pluralista che crede che principi comuni uniscono i diversi correnti malgrado le divergenze fondamentali fra di loro. Questi principi comuni legittimano il reform (e gli altri movimenti religiosi liberal) come partners dell’alleanza, non solo quando hanno ragione, ma anche quando sono in torto per quanto riguarda la fede e la pratica. Tuttavia, il pluralismo deve significare più che legittimare l’altro. Il pluralismo significa anche consentire una partnership nella quale ognuna delle parti scommette sull’altra. Poiche l’Altro ha la possibilità di raggiungere degli ebrei che io non posso, allora qualsiasi mio contributo per rafforzare l’Altro è una mitzvà. E’ mio intendimento rafforzare la parte migliore del reform in modo che il movimento possa elevare il livello e la serietà della sua gente e quindi elevare il livello di tutti gli ebrei.

La seconda motivazione del mio coinvolgimento è la mia convinzione che ogni generazione deve scrivere i suoi commenti sulla Torà. Questo, secondo l’intendimento di Rashi della shema — che tramite lo studio arriviamo a fare esperienza dei comandamenti e delle parole della Torà come appartenenti a "oggi". Solo allora la Torà non sarà vista da noi come un antico decreto regale ricevuto per iscritto, ed eviteremo il pericolo che essa possa essere considerata autoritaria ma non rilevante. Il popolo ebraico ha la sua ragione di esistere nel mostrare la via che ristabilirà la benedizione nel mondo. La sua missione è essere pionieri nelle frontiere e lavorare per realizzare la perfezione nella terra rinstaurando l’originale progetto di abbondanza, uguaglianza e armonia. Quindi, quando la storia finale sarà scritta, il feminismo (qualunque siano i suoi eccessi ed errori) sarà giudicato come una forza per la benedizione divina e per la realizzazione della visione della Torà.

Per recitare questo ruolo con successo, il femminismo dovrà confrontarsi con la tradizione nello stesso modo che la tradizione dovrà fare i conti con il femminismo. In questo libro il Rabbino Goldstein dimostra che, per i femministi, la scelta è fra il rifiuto, la reinvenzione e la revisione della tradizione. L’invenzione potrà anche aiutare, ma non potrà fare in modo da portare il passato insieme con noi dentro il futuro. Il rifiuto paga un prezzo molto alto nella perdita del passato; significa lasciare dietro tesori divini e perdere un senso di continuità. La revisione dall’interno è la chiave. Non è così importante che io, ebreo ortodosso, non sia d’accordo con molti punti specifici di questo libro. In ultima analisi, il metodo della revisione è necessario per portare vitalità agli ebrei ortodossi così come agli ebrei liberal. Sui dettagli discuteremo — è anche questo genera vitalità.

Questo mi porta al terzo motivo per cui ho scritto quest’introduzione. Mio padre Rabbino Eliyahu Chayim Greenberg, zichrono livracha, citava spesso un midrash quando cercava di studiare con il suo figlio adolescente. Un passaggio molto oscuro in Numeri 21:14 dice: "Perciò è detto nel Libro delle Guerre del Signore: Vahev in Sufah e le valli dell’Arnon".

Con un meraviglioso gioco di parole la Gemara commenta: quando si parla delle Guerre del Signore, allora è wa-hev b’Sufah. Un padre e un figlio, o un maestro e uno studente che studiano la Torà insieme, anche se diventano nemici l’uno dell’altro, non lascieranno il loro posto senza che il loro sentimento si trasformi in amore. Perchè wa-hev b’Sufah in questo caso è da leggere non wa-hev ma a-hev quindi amante, e non b’Sufah ma b’Sofah, alla fine (Kiddushin 31B). Mio padre credeva che nello sforzo per imparare e interpretare i testi le persone diventano attaccati alla Torà - e vicini l’uno all’altro. Non fa nessuna differenza se le divergenze sono feroci e senza esclusione di colpi.

Anche se i protagonisti sono in conflitto e questo conduce a rabbia e animosità, una volta che il legame con la Torà è conservato i legami fra gli esseri umani rinasceranno ad un livello ancora più elevato. In un periodo in cui i rapporti fra i diversi correnti sono diventati avvelenati, dobbiamo riaffermare il potere unificatore della Torà.

In un momento in cui la retorica fra gli ebrei ortodossi e gli ebrei liberal religiosi è deteriorata generando insulti rabbiosi e tentativi di infangare l’altro, noi dobbiamo riprendere il dialogo "parlando nella Torà" e discutendo sulla sua corretta interpretazione. In questo libro, ebrei tradizionalisti incontreranno un ebraismo liberal che non può essere cancellato come assimilazionista. Non si può nemmeno dire che cerca di prendere meno della tradizione per pigrizia o per essere sotto il fascino dell’occidente. Quindi ebrei tradizionalisti possono imparare o anche essere ispirati dai suoi nuovi modi di intendere la Torà. Anche laddove saranno in disaccordo, potranno essere sensibilizzati a problematiche della tradizione sulle quali bisognerà lavorare e revisionare.

Tuttavia, anche se ebrei tradizionalisti non si sentiranno più acculturati o "aggiornati", questo libro darà comunque un contributo importante. In questo momento, la collettività ebraica ha bisogno che noi ci prendiamo per mano l’uno con l’altro e ci sediamo a studiare insieme. Abbiamo bisogno di discutere, litigare e criticare ferocemente la competenza e il modo di utilizzare la Torà l’uno dell’altro. Lasciamo che la discussione fra ebrei ortodossi e liberal giri attorno l’interpretazione di versetti o l’applicazione di modelli halachici, si concentri su come tirare conclusioni comportamentali da principi fondamentali o su come meglio integrare i rituali in una cornice di significati.

Questo libro ci invita a mettere da parte la retorica avvillente e gli stereotipi sbrigativi, e a studiare la Torà insieme. Riuscite ad immaginare una rete a livello comunitario, forse mondiale, di batei midrash nei quali ebrei di ogni tipo e di ogni corrente studiano, analizzano, discutono e si impegnano con passione? Qualcuno può dubitare che in queste condizioni la Torà non abbia la forza di tirare fuori la capacità di amare latente in ogni individuo?

Quando tutto il mondo ebraico diventerà una pentola che cuoce con lo studio e il dialogo sulla Torà, allora noi vedremo realizzare la promessa talmudica che "non lascieranno quel posto senza provare sentimenti di amore l’uno verso l’altro." Quando quel giorno arriverà questo libro ReVisions sarà onorato. Nel frattempo va e studialo!


Matrimoni misti negli Stati Uniti

Ho accettato di assumermi la grande responsabilità di introdurre il dibattito sulla questione di matrimoni misti perché ritengo di essere il meno adatto e non per falsa modestia: non sono uno studioso, non sono un rabbino e nemmeno mi intendo di statistiche. Sarà più facile dunque per molti sorridere, scrollare il capo e continuare come prima. Ho solo una piccola speranza che i fatti, gli argomenti, le notizie che riporterò stasera, frutto di una piccola ricerca su Internet, che tutti sono in grado di fare, ci aiuterà, forse, a superare i racconti personali, gli attriti e sia l’inizio di un dibattito maturo in grado di coinvolgere non solo il nostro gruppo, ma l’intera Comunità milanese e italiana.

Premetto che sarà molto facile dire l’Italia non è gli Stati Uniti, e invocare una diversità non sempre netta. Delegheremo quindi alla coscienza di ognuno cogliere non solo le diversità ma anche le similitudini dei processi.

L’inizio del trauma o meglio della scoperta del trauma, che divide non solo singoli, famiglie ma intere Comunità ben più numerose delle nostre, inizia nel 1990 (su Newsweek nel 1991) con la pubblicazione del National Jewish Population Survey. Si scopre che la percentuale di nuove coppie che celebrano matrimonio misto è in media del 58%, la precedente ricerca del 1964 stabiliva la stessa percentuale al 6%. La ricerca (e altre del 1991 nello stato di New York) precisa anche le percentuali tra alcune grandi correnti ebraiche: Ebrei laici 72%, Riformati 53%, Conservativi 37%. La ricerca non si ferma ai genitori, ogni 4 figli di matrimonio misto, 3 vengono educati o come cristiani (41%), o senza nessuna religione (31%). La ricerca del sociologo Mayer (Time magazine 1988) dimostrava invece che solo un 24% dei figli di matrimonio misto tra 16 e 40 anni si considera ebreo.

Se si considera invece l’intera popolazione ebrea americana, le cifre sono leggermente più basse, sintomo di un trend in crescita: Reform 60%, Conservative 50% e nemmeno gli Orthodox, in generale, non sfuggono al 25%. Si calcola che il tasso dei matrimoni misti aumenti del 5% ogni dieci anni (fonte reform).

Il famoso avvocato Alan Dershowitz, autore di un libro sul tema "The vanishing american jew" ha dichiarato "Ad eccezione di un’imprevedibile marcia indietro del trend attuale, sembrerebbe che… la Storia degli ebrei, così come l’abbiamo conosciuta, si avvicina alla fine". Se qualcuno stesse pensando a quale ramo ultraortodosso appartiene Dershowitz chiariremo che la sua soluzione prevede una nuova identità ebraica che non abbia bisogno di alcuna dimensione religiosa.

Con queste poche cifre alla mano siamo dunque i grado di affrontare la raccolta (che è necessariamente parziale) di impressioni, reazioni e strategie che l’ebraismo americano non solo adotta, ma adatta alle mutate situazioni (una recentissima dichiarazione dell’ebraismo reform sembra far marcia indietro su molti capisaldi). Volontariamente non mi soffermerò molto sulla posizione degli othodox perché più conosciuta.

Per comodità, anche se le etichette contano molto solo quando si sa poco, schematizzeremo all’inizio la posizione dei tre gruppi principali, ma ovviamente in un paese che nasce con la libertà di pensiero vi potete immaginare gli ebrei (due ebrei, tre opinioni) che uso ne facciano.

Se adottiamo la generalizzazione che ho trovato su pagine conservative, i Reform tendono principalmente al supporto delle coppie che hanno celebrato tali matrimoni (il 47% dei loro rabbini li celebrano anche, e il rabbino Fishbein, che ha condotto la ricerca, per 20 dollari vende una lista), i Conservative ostacolano questi matrimoni (i rabbini che non obbediscono vengono deferiti alla sezione disciplinare del movimento) ma supportano i matrimoni avvenuti (invitando anzi il coniuge non ebreo alle funzioni religiose), mentre gli Orthodox sono impegnati principalmente nella prevenzione.

Iniziamo dunque la lunga carrellata, da un capo all’altro.

Esistono in America numerose associazioni interconfessionali che favoriscono i matrimoni misti: a San Francisco "Interfaith connection" è "Un posto sicuro dove puoi iniziare il processo di esplorazione delle differenze culturali e religiose tue e del tuo partner". Sharon Silverstein fornisce una utile guida dei rabbini che sono disposti a celebrare non solo semplici matrimoni misti, ma anche quelli in presenza di un prete o se la coppia che si presenta è omosessuale. Esiste anche la "Intermarriage handbook" di Petsonk e Remsen che spiega come superare ogni ostacolo.

Una scrittrice di Boston, Anita Diamant, appartenente alla comunità "Beth El" (casa del Signore) sul sito "interfaithfamily" spiega perché non ci sia bisogno di alcun rabbino per celebrare il matrimonio, ma propone lo stesso di adottare le tradizioni ebraiche, eliminando la problematica frase "kedat Moshè veIsraèl", e facendo celebrare il rito da semplici amici.

Le prime timide limitazioni ai matrimoni misti le troviamo nel movimento reform, la più grande corrente ebraica americana. Alcuni dei loro rabbini (si stima il 75%) pretendono un impegno della coppia all’educazione ebraica dei futuri figli. D’altronde le loro statistiche dimostrano che il numero delle coppie che educano i figli all’ebraismo aumenta nel caso il matrimonio sia stato celebrato da un rabbino.

Un istituto reform "Jewish Outreach Institute" sostiene tuttavia che i matrimoni misti non sono un prodotto dell’assimilazione americana, ma un co-prodotto di altre cause, tra le quali:

1) La totale rimozione di tutte le barriere sociali tra ebrei e non-ebrei al lavoro, nell’educazione e nel tempo libero

2) La più avanzata età in cui ci si sposa

3) L’aumentata partecipazione delle donne alla forza lavoro

4) L’aumentata incidenza di divorzio e seconde nozze

Non dimentichiamo poi che il movimento reform ha già da tempo eliminato il concetto di matrilinearità, considerando ebrei anche i figli di solo padre ebreo. Infatti nel 1983 con una decisione storica vengono considerati ebrei tutti i bambini educati come ebrei, non senza successo, dal loro punto di vista. Secondo una loro inchiesta interna del 1993 bel il 96% dei propri seguaci alla domanda: "Considerereste ebrei i vostri nipoti, se i vostri figli avessero contratto matrimonio misto?" risponde affermativamente, contro solo il 72% dei conservative e uno scarso 18% degli orthodox.

Il matrimonio misto rappresenta quindi per l’ebraismo reform: "Sia il rischio dell’assimilazione sia un enorme potenziale per la crescita ebraica". Tutto dipenderà dalla capacità di fornire un’educazione ebraica a queste famiglie miste.

Nell’educazione ebraica sta anche la chiave di volta della trappola razzista. Molti genitori ebrei sono tra i protagonisti delle battaglie antisegregazioniste degli anni 60. Se rispondevano affermativamente alla provocatoria domanda fatta a un bianco: "Faresti sposare tua figlia con un uomo di colore", come mai si contorcono all’idea di fare sposare ora i loro figli a persone di religione differente? Secondo il sito "Jewish student press service" la risposta è accettare il miscuglio di razze ma puntare piuttosto sulla continuità ebraica. Ci si può ovviamente domandare allora che ne sia della continuità cattolica per un gesuita.

La stessa domanda non se la pongono invece i conservative, da sempre strenuamente avversi al matrimonio misto: il rabbino Alan Silverstein, autore del libro: "Tutto comincia con un appuntamento" è addirittura insegnante al corso rabbinico obbligatorio sui matrimoni misti e sostiene: "Se ci tieni molto a vivere negli Stati Uniti, non uscirai certo con un ragazzo norvegese che è obbligato a ritornare a casa"

Nel maggio del 1997 questo movimento adotta una serie di principi sui matrimoni misti, ne citiamo alcuni:

1) La discendenza è solo matrilineare.

2) Solo ebrei possono far parte del movimento, ma i coniugi non ebrei sono invitati a partecipare.

3) Onori rituali, come le salite a sefer sono concesse solo agli ebrei.

4) I matrimoni misti non devono essere pubblicamente apprezzati in nessun ambito ufficiale. Le congratulazioni possono essere fatte ai genitori o ai nonni di un neonato di una coppia mista solo se la mamma è ebrea o nel caso contrario solo se entrambi i genitori si siano impegnati ad una educazione ebraica.

Un caso interessante è quello sollevato dal giornale ebraico americano "The Ledger" dopo che il New York Times ha scoperto nel 1995 che rifiutava di pubblicare gli annunci di matrimoni misti. Dopo aver ricevuto critiche da ogni direzione, compresi rabbini che si chiedevano sarcasticamente se il direttore chiamasse per informarsi di ogni annuncio, o altri che sostenevano che una tale posizione è oramai impossibile quando abbiamo cristiani che si chiamano Gladys Cohen o ebrei che si chiamano Winston Pickett, il direttore, un tale Tobin, rispondeva di aver ricevuto 51 lettere di sostegno, 8 contrarie e tre minacce di morte. Affermava inoltre: "La questione rilevante è: il matrimonio misto è una simchà ebraica? La mia risposta è no. Non lo è proprio. Può essere una gioia personale per la famiglia, ma c’è una differenza tra quello che l’individuo fa e quello che la l’intera Comunità può celebrare!"

Esiste infine una buona fetta della popolazione americana che pur non essendo strettamente identificata con il segmento orthodox non rinuncia ad argomenti molto forti (spero di non urtare la sensibilità di nessuno) per esempio "Jewish America" scrive: "Se il nazismo ha causato la morte di milioni di ebrei l’assimilazione può essere equiparata ad un olocausto silenzioso, dove il popolo ebraico ha perso egualmente milioni di nostri fratelli".

La comunità siriana di New York, dove molti aderenti arrivano al tempio di Shabbàt in macchina, celebra annualmente una cerimonia dove vengono letti in pubblico i nomi di chi ha ceduto al matrimonio misto e deve essere espulso dalla Congregazione.

Il rabbino Packouz, sul sito "j51" sostiene: "Più si sa sul matrimonio misto e migliori decisioni possiamo prendere: il 75% dei matrimoni misti semplicemente non dura e la cosa più interessante è che ognuna di queste persone afferma di essere nel 25% che riesce. Nessuno si sposa per divorziare. Già il matrimonio è delicato tra persone che condividono gli stessi valori. Immaginiamoci quando questo non accade."

Dello stesso avviso sono le dure parole del sito "schuellerhouse": "Per un ebreo fare matrimonio misto è come morire, dal momento che essere ebrei è una maniera di vita, che richiede la cooperazione di entrambi i partner. Quando un ebreo sposa una non ebrea le possibilità di costruire una casa ebraica si riducono oggettivamente al lumicino".

Concluderemo con i commenti della rivista "innernet" del sito "heritage": "Il matrimonio misto non è una tragedia di per se. Il problema è che molti giovani ebrei sono estranei al proprio retaggio culturale. Sanno perfettamente chi è la madre di Gesù, ma non sanno chi fosse la madre di Moshè!" Ad una lettrice indignata per come era stato trattato il problema in un numero precedente rispondono: "La nostra intenzione è di mettere in guardia contro quello che consideriamo un pericolo, se in una strada c’è una curva pericolosa non possiamo risolvere il problema togliendo il cartello stradale di pericolo".

Grazie dell’attenzione.

David Piazza
29 Novembre 1999 — 20 Kislev 5760