A cura di Avram Hason
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Sono le pagine più belle e poetiche della Torah. E forse lunica pagina in cui un concetto si contrappone, oppure si affianca, oppure meglio ancora partorisce una spiegazione scientifica della creazione.
Questo mi mette in difficoltà.
Parlarne diventa difficile perché si rischia una figuraccia .
Non esiste la possibilità di scivolare nel fumoso, nel poco concreto. Bisogna conoscere bene largomento.
Mi limiterò dunque a proporre cinque temi di riflessione o di discussione, sui quali possiamo concentrarci e parlarne tra noi.
1-La creazione ex nihilo, dal nulla, è contrario alla scienza?
Questo è lunico punto sul quale spenderò qualche parola.
E impossibile cercare di fare un parallelo tra la scienza e la narrazione biblica. La Torah non è un trattato scientifico ma un insegnamento morale inserito nel tessuto della storia ebraica.
Eppure... si è fortemente tentati.
Renan aveva scritto: la bella pagina con cui si apre la genesi non è né dotta alla maniera della scienza moderna, né ingenua alla maniera delle cosmogonie pagane. E' una scienza fanciulla: un primo tentativo di spiegazione delle origini del mondo, la quale implica unidea giustissima dellevoluzione successiva delluniverso.
Guardiamo la creazione biblica con gli occhi di uno scientifico: lordine della creazione parte dal caos, e va verso un ordine sempre più complesso e articolato, rispettando pienamente lordine darwiniano, oggi universalmente accettato. Per quanto riguarda i tempi, sono tempi biblici non misurabili con il nostro metro.
Rimane un unico punto fondamentale di differenza tra Darwin e la Torah: la causa della creazione. Per gli ebrei, il creatore e Dio, per Darwin la casualità.
E' curioso costatare che la nostra civiltà occidentale si basa su due pensieri: quello della Torah che parla di creazione ex nihilo, e quello molto importante dei filosofi dellantica Grecia che partono sempre dal presupposto di una materia primordiale con cui creare.
Si pensi a Democrito e allatomos.
Dice il midrash:
Un filosofo disse un giorno a Rabban Gamliel: un grande artista è certo il vostro Dio; egli ha trovato però degli eccellenti materiali che lo hanno aiutato nella costruzione. Il caos (tohu bohu), le tenebre (choshech), lo spirito o il vento (ruach), lacqua (maim) e labisso (techomoth).
Rabban Gamliel ribatte: ma anche questi elementi non erano stati altro che oggetto della creazione, comè esplicitamente dichiarato in altri passi biblici.
In effetti, la dottrina della creazione monoteistica non può prescindere dallidea della creazione ex nihilo.
2-La bibbia è antropocentrista?
Pensate a Galileo e Copernico.
3-Dio ci appartiene?
4-Il peccato originale esiste?
Siamo stati creati con attributi sessuali. Trovo assurda lidea cristiana del peccato originale. La cacciata dal giardino dEden non è una punizione ma simbolizza la crescita delluomo che comincia a cercare la conoscenza. Questa è una ricerca che fa soffrire, però è una tappa obbligata della nostra evoluzione. Impariamo a soffrire perché cerchiamo la verità e la conoscenza e capiamo che cosè lincertezza e il dubbio.
5-Ultimo punto sul quale devono riflettere i vari teorici di razze, leghe e leghette: perché Dio ha creato un solo uomo e non una tribù intera?
Quando preparo un intervento su un passo biblico, non cerco un commento di tipo morale, anche perché non ne sarei assolutamente capace, ma provo a collegare un problema dattualità, con unidea espressa nella Torah, cercando di porre un problema su cui riflettere, ed eventualmente dibattere.
Domenica mattina, insieme con un gruppo di fratelli Bené Berith, siamo andati ad incontrare i nostri amici del Noam per uno scambio dopinioni. Durante la discussione, sono stato colpito dal fatto che una delle preoccupazioni maggiori, se non la preoccupazione più importante in assoluto di questi nostri amici, era la stessa che Abramo esprime nella parashà di questa settimana.
La parashà di questa settimana solleva diversi problemi, tra qui uno che ci sta in cuore a tutti noi: i nostri figli.
Abramo è un uomo felice e soddisfatto: una vita ricca è dietro le sue spalle. Lui è rispettato e amato, la sua discendenza sarà numerosa e importante, possiede una terra, ed ha fatto un patto con Dio.
Chi è più felice di lui?
Eppure ha un problema: come dal resto tutti noi. Egli ha un figlio, Isacco, che lo preoccupa.
Isacco è quello che si dice un ragazzo con problemi.
E' un uomo ancora single, introverso, cresciuto allombra di genitori dominanti con caratteri forti. Sappiamo tutti che in questi casi, i ragazzi si sentono schiacciati dalla personalità dei genitori.
Inoltre Isacco ha subito un trauma di quelli che non si dimenticano facilmente e lasciano il segno nella psiche. Immaginatevi voi stessi legati come un salame ad un altare, con un coltello in alto sulla vostra testa. Morirete senza sapere il perché. Non vi è possibile capire. Vi ucciderà la persona che amate di più al mondo.
Non è un trauma facile da superare.
Isacco ha perso la madre in giovane età. Anche questo trauma è psicologicamente pesante da portare.
Dunque il futuro di questo ragazzo preoccupa il padre.
Non dimentichiamo un fatto di grande importanza: questuomo psicologicamente segnato, formerà la prima famiglia ebraica della storia. Non è una responsabilità da poco per Abramo che lo sta preparando a diventare il padre di un casato da qui uscirà un popolo che diventerà una nazione.
Che cosa preoccupa Abramo?
Due cose che preoccupano ancora oggi tutti noi.
Direi le uniche preoccupazioni che noi, nel nostro secolo, abbiamo in comune con Abramo:
Primo: Abramo non vuole che il figlio faccia un matrimonio misto.
Secondo: Abramo non vuole che il figlio abbandoni la terra dIsraele.
Allora Abramo vieta al figlio di lasciare la sua terra, anche al costo di rimanere single per tutta la vita. Siccome Isacco non deve uscire dalla propria terra, e daltra parte deve sposarsi, chiede al suo servo fidato Eliezer di andare nel suo paese dorigine, in Mesopotamia, e di scegliergli una moglie adatta a creare una famiglia.
Abramo conosce gli standards morali della maggioranza dei popoli che lo circondano, vede il rischio di unassimilazione, e della sparizione degli ideali e dello stile di vita che lui ha coltivato durante lunghi anni di difficili pellegrinazioni, e vuole assolutamente evitare un matrimonio misto.
Mi fermerò dunque su questi due punti.
Già prima di cominciare ad esistere, il popolo ebraico corre due dei grandi rischi della sua storia: lassimilazione e labbandono della terra promessa.
Abramo esprime il pensiero di tutti i genitori: che cosa dobbiamo fare noi genitori per preservare gli ideali e lo stile di vita che abbiamo coltivato durante secoli e trasmettere questi valori ai nostri figli? Come dobbiamo combattere lassimilazione?
Come vedete questo dibattito di bruciante attualità è aperto da circa 4000 anni.
Nellultima seduta aperta, dove abbiamo discusso i rapporti Israele-diaspora, abbiamo parlato come sempre dassimilazione.
Abbiamo avuto percentuali e statistiche a dir poco sconvolgenti.
Cè stata una piccola polemica su cosè lebraismo, cosè la conversione, se un super laico non credente possa essere considerato ebreo, se noi della diaspora abbiamo ancora ragione di esistere, se rischiamo di sparire assimilati, ecc. ecc.
Parlando della parashà che abbiamo appena letto, e che parla dei sogni di Faraone, di Giuseppe che diventa viceré e del suo incontro con i propri fratelli, vorrei proporre un tema di discussione: il ritorno dellebreo assimilato è possibile?
Capisco che dopo quello che hanno fatto, i fratelli non abbiano più cercato Giuseppe, capisco anche che suo padre non poteva cercarlo perché lo credeva morto.
Quello che capisco meno, è perché Giuseppe, che sapeva benissimo dove fosse suo padre che sicuramente soffriva della sua assenza, lo abbia lasciato soffrire e non lo abbia cercato per molti anni.
Ramban lo spiega come un piano studiato per la realizzazione dei suoi sogni profetici.
Se non fosse così sarebbe un figlio crudele e ingiusto.
E se Ramban avesse torto?
E se Giuseppe semplicemente si fosse "assimilato" e tagliato i ponti?
A Giuseppe piaceva la sua nuova posizione sociale, i vestiti, il lusso, lautorità, il potere. Non voleva sembrare un "ebreo di corte" ma un integrato a tutti gli effetti. Cambiò nome, si sposò anche nellalta società egiziana, con una ragazza che suo padre sicuramente non avrebbe accettato.
La sua assimilazione è perfetta. Non vuole più ricordare la casa di suo padre.
Un giorno però succede una cosa inaspettata. Giuseppe rivede i suoi fratelli, li riconosce e ricorda tutto. E' un punto culminante del racconto biblico. Da questo momento, la storia prende un senso nuovo e ci racconta:
"Il ritorno dellebreo assimilato"
Giuseppe torna. Apre le braccia ai propri fratelli e diventa un benefattore del suo popolo.
Mettiamoci una mano sulla nostra coscienza e chiediamoci:
Se si presenta qui al Bené Berith, un nostro correligionario e dice:
Amici, io sono una persona dindubbia moralità,
ed è vero,
io posso dare molto alla nostra comunità e voglio mettermi al servizio dei miei fratelli,
ed è vero,
io sono sposato con una donna meravigliosa cattolica, ho vissuto fino ad oggi al di fuori di ogni regola e concetto di ebraismo,
ed è vero pure questo.
Voglio far parte di questassociazione perché ho uno spirito Bené Berith, e lo voglio diventare, di fatto, per impegnarmi insieme con voi per gli ideali comuni.
Che cosa gli rispondiamo?
Possiamo permetterci di respingere un nostro fratello di valore solo perché ha fatto un matrimonio misto?
E se fosse addirittura completamente staccato e assimilato, e volesse tornare da noi, possiamo permetterci di rifiutarlo?
Non è meglio assimilare che essere assimilati?
Credo che valga la pena di riflettere su questargomento e discuterne seriamente anche in seduta in vista deventuali futuri bussanti.
Abbiamo cominciato da un paio di settimane, la lettura di shemot-nomi, ed io vorrei parlarvi di due nomi citati una sola volta nella Torah.
Shifrah e Puah
Due levatrici, alle quali Faraone ordinò di uccidere tutti i neonati maschi ebrei, e di risparmiare le femmine.
Ma queste due levatrici, timorate di Dio, disubbidirono e lasciarono vivere i bambini.
Con questo grande esempio di disobbedienza civile ad ordini immorali, cominciò un processo di liberazione che ha avuto una risonanza universale ed implicazioni assoluti.
Lesodo non poteva mai iniziare senza Shifrah e Puah.
E' interessante notare che prima di questo fatto, gli ebrei non sono mai definiti "Am" popolo. Il primo che usa la parola "Am" e che accomuna tutti gli ebrei in un destino nazionale e riconosce la loro identità, è proprio Faraone. Da grande dittatore quale era, si era reso conto delle potenzialità di un popolo oppresso, quando decide di ribellarsi.
E come osarono queste due levatrici ebree a ribellarsi ai suoi ordini?
Chi erano per disubbidire?
Come mai non dissero " ubbidivamo soltanto agli ordini, non abbiamo colpe"?
Erano semplicemente le due donne che iniziarono un movimento di resistenza che avrebbe trasformato una massa di schiavi in un popolo fiero, unito e vigoroso.
Altro punto importante:
La definizione "levatrici ebree" è contestato da molti studiosi che parlano di " levatrici debrei". Si trattava forse di goyim che si occupavano di far nascere gli ebrei.
Questo fatto renderebbe il loro atto di disubbidienza ancora più eroico.
Il sacrificio va fatto, la lotta va condotta anche per salvare laltro, il diverso, e non solo il proprio fratello.
Grande esempio di civiltà ed altruismo.
Forse queste due levatrici erano proprio i precursori dei "goyim buoni" (ahimè troppo pochi), che agirono durante la Shoà.
Che cosa permise a queste due donne, a questi goyim buoni, di agire differentemente dalla maggioranza del proprio popolo? Comera possibile resistere al male?
"Ubbidire agli ordini" cesime dalle nostre responsabilità?
Queste due donne temevano Dio. Questi "goyim buoni" avevano senso morale.
Come istillare questo senso morale che permette alle persone di contrapporsi al male e di affiancarsi alla giustizia? Come dobbiamo educare i nostri figli per permettere questo?
Che tipo di civiltà dobbiamo promuovere per avere tanti Shifrah e Puah?
Domanda difficile ma fondamentale.
Queste due donne ci dimostrano come anche un atto di resistenza individuale al male possa iniziare un intero di processo di liberazione.
Nella parashà di Bo, cè una trattativa interessante e attuale.
Dopo sette piaghe, il faraone è sotto pressione. Il suo entourage gli chiede di cedere e di accontentare Mosè. Ma Faraone, che non è uno stupido, nega lesistenza del problema ebraico in Egitto. Non è possibile pensa, che tutti gli ebrei siano scontenti qui. I fomentatori di disordini sono solo una minoranza.
E allora?
Chi partirà?
Chi andrà a pregare il Signore nel deserto?
Faraone è disposto a cedere in parte. Lui vuole mandare via tutti i capi della rivolta e tenere il popolo, la massa silenziosa.
E' una tecnica molto comune: via i fomentatori di disordine e si continua ad opprimere la massa rimasta senza leader, che si piegherà al volere del dittatore.
Ma Mosè conosce la propria forza. Una categoria ben organizzata può moltissimo. Categoria degli schiavi, dei soldati, dei produttori di latte, tutti
E' allora, rimane rigido: partiranno tutti, e porteranno anche i propri beni, e le greggi. Non si può scegliere un gruppo: tutti sono uguali al cospetto di Dio e degli uomini.
Faraone, che è il primo maschio sciovinista della storia, insiste: solo gli uomini possono partire.
Mosè non si lascia convincere, ed il negoziato si rompe.
Continuano le pressioni sindacali: altre due piaghe e il negoziato riprende.
Partite tutti, dice il faraone. Ma non gli animali: le greggi devono rimanere.
Qui arriviamo ad un punto importante della storia. Lofferta del faraone era in fondo accettabile. Però Mosè rifiuta: dobbiamo sacrificare a Dio, dice. E chi potrebbe sapere cosa dovremo sacrificare da adesso? Come possiamo sapere in anticipo la volontà del Signore? Dobbiamo essere pronti per ogni evenienza ed avere tutte le opzioni disponibili al momento giusto.
Non sappiamo che cosa dovremo sacrificare a Dio fino al momento in cui ci troveremo a doverlo fare. E allora decideremo.
E' un passaggio molto interessante: cè qui un rifiuto del dogma, della regola assoluta, della verità rivelata. Esiste una ricerca del comportamento adatto alle circostanze.
Nessuno deve sentirsi possessore della verità unica e cercare di spingere gli altri nella sua strada. Ognuno affronta il problema religioso con la propria coscienza e con i propri tempi. Si sbaglia a voler spingere qualcuno verso una strada che lui non è pronto ad imboccare.
A questo proposito, una storia hassidica: Rabbi Haim di Sandz, visse circa un secolo addietro. Un giorno, chiamò un suo discepolo e gli chiese: senti, se un sabato, per caso tu trovassi un sacco pieno di soldi per terra, sapendo che di Shabbat è vietato maneggiare soldi, lo prenderesti?
"Has ve halila", mai e poi mai disse il giovane. Che pazzo che sei commento il rabbino, che fece la stessa domanda ad un altro discepolo. Il ragazzo che aveva sentito il dialogo, sicuro di se disse: certo, lo prenderei subito. Che peccatore che sei rispose il rabbino. E tu, chiese ad un terzo discepolo, cosa faresti tu? La risposta del terzo hassid fu: non lo so. Senzaltro avrò un grosso problema di coscienza. Spero di poter prendere al momento giusto la decisione giusta.
Ecco, infine abbiamo una risposta disse il rabbino.
E' un fatto, che i problemi religiosi sono casi di coscienza. A mio modo di vedere è sbagliato giudicare il comportamento religioso degli altri basandosi sul proprio metro di giudizio.
Sabato 15 febbraio, abbiamo letto la parashà Terumà.
Si parla delle offerte del popolo per la costruzione del tabernacolo.
Dio dice a Mosè: di al mio popolo di portarmi delle offerte. Accetta le offerte di tutti quelli che vogliono farle.
Colui che ha creato luniverso,
che ci ha dato la Torah,
che ci ha tirato fuori della terra di Egitto,
che ha aperto il Mar Rosso,
e che ha compiuto innumerevoli miracoli,
adesso ci chiede oro, argento e rame!
Mi chiedo: ma ne aveva realmente bisogno? Non poteva farne a meno?
Certamente Dio non può aver bisogno di rame, argento oro o altre offerte.
Allora perché chiederci tutto questo? Perché toccare il nostro punto debole vale a dire la nostra tasca?
Probabilmente era un test per capire se il popolo dIsraele che a parole proclamava di voler fare e capire la volontà di Dio, era effettivamente disposto ad ubbidire. Probabilmente serviva anche come metodo deducazione civica:
E bene far partecipare e dare responsabilità a tutto il popolo.
E bene democratizzare la gestione della cosa pubblica.
Lentusiasmo e la proclamazione della volontà di dare è molto più facile che tirare fuori una lira. Soprattutto se questa lira non farà rumore, non creerà nessuna targhetta, ma rimarrà anonima e perciò doppiamente gradita.
Allepoca, sicuramente esisteva qualche ricco membro della comunità che avrebbe dato volentieri tutta la somma necessaria per il tabernacolo, chiedendo in cambio soltanto una targhetta con sopra scritto: "Tenda Pincopallino, interamente costruito con la donazione della famiglia Pincopallino"
Ma Dio non volle un gruppo di grandi donatori. Tutti quelli mossi dal proprio cuore, potevano e dovevano partecipare.
La volontà effettiva del popolo si misura anche con limportanza del suo dono. Proclamare è bene. Dare è molto meglio.
Questo era il primo fund-raising della nostra storia. Ne seguirono moltissimi altri.
Adesso, a Milano, ne stiamo vivendo un altro.
Vogliamo tutti il risanamento della scuola, che per noi è importante come il tabernacolo per il nostro popolo allepoca di Mosè.
Chiediamo fortemente che la scuola sopravviva ai suoi problemi.
Ma mi chiedo: siamo disposti a dare abbastanza per questo?
Siamo disposti a dare abbastanza in termini di soldi ma anche di concessioni? Di compromessi?
La fondazione che vuole salvare la scuola potrà contare su di noi?
Riusciremo a dimostrare coi fatti di volere fortemente una scuola ebraica in cui si riconoscano tutti gli iscritti della comunità ebraica?
Siamo disposti a donare .. e tanto, per una scuola che ... forse ... non sarà esattamente come vogliamo, ognuno secondo le proprie convinzioni, ma, forse, dovrà accettare qualche compromesso?
Mi chiedo: dovè il limite?
Il compromesso a qualunque costo non è senzaltro accettabile.
E allora, torno a chiedere: dovè il limite?
Non lo so. Sperò soltanto che riusciremo a dimostrare la stessa generosità dimostrata dai nostri avi per la costruzione del tabernacolo, e il buon senso che i nostri avi non sempre sono riusciti a dimostrare.
Dobbiamo stare attenti a considerare che limportante sono i ragazzi e non le nostre convinzioni.
Oggi parlerò di moda.... di abbigliamento.
I vestiti sono molto importanti nella Torah. La prima cosa che fa Dio per il primo uomo e la prima donna, è diventare un sarto per preparare loro dei vestiti, lebush, che deriva da lo bosh: niente vergogna.
Il vestito biblico salva dallimbarazzo, ma è anche ben altro. Il vestito rappresenta la dignità delluomo, e il suo ruolo pubblico, che è sempre più importante della persona stessa.
Rabbi Yochanan, preferiva tirare su i propri splendidi abiti e rovinarsi le gambe pur di proteggere quanto era simbolo di responsabilità verso il suo prossimo.
David Amelech, quando incontrò re Saul ad Ein Ghedi, gli tagliò un pezzo del vestito regale per dimostrare che poteva prendergli la vita. Facendo questo, insultò però il simbolo del comando e questi stessi vestiti si vendicarono da lui. Infatti, quando diventò vecchio lui si copriva ma i vestiti non gli davano calore.
Più di 40 versetti della Torah sono riservati allordine dato a Mosè di fare gli abiti e gli ornamenti sacri per Aronne.
Perché dare tutta questimportanza allaspetto del sommo sacerdote?
Non è forse vero che lebraismo si concentra nella santità della qualità della vita interiore? Che cosa hanno in comune, le parole "splendore e bellezza" con le parole "abiti sacri"?
Tante interpretazioni sono possibili.....
Si può affermare che serve ad onorare una persona che occupa un posto pubblico, si può dire che permette di affermare lautorità del sommo sacerdote, si può persino sostenere che permette al sommo sacerdote di auto-suggestionarsi per rimanere sempre cosciente del proprio ruolo e della propria responsabilità.
Poi esistono tutta una serie dinterpretazioni di tipo mistico e simbolico.
Vorrei parlare di uno di questi ornamenti: Efod o dorsale.
Non sappiamo esattamente come fosse fatto. Però sappiamo con certezza che cerano attaccate due pietre. Su ognuna erano scolpiti i nomi di sei tribù dIsraele. Aronne doveva portare questi nomi davanti a Dio, sulle proprie spalle. Doveva portare i nomi dei figli dIsraele sul proprio cuore, quando si recava in un luogo sacro.
Sembra fatto apposta per insegnarci le caratteristiche più importanti di un leader responsabile. Tanti eletti dimenticano, o non pensano affatto, a quelli da loro rappresentati. Un vero leader non si fa portare sulle spalle del popolo per una bella vita comoda e piena donori, ma vive di continuo, sulla propria pelle, i problemi dei suoi fratelli. Porta i bisogni del proprio popolo sulle spalle e sopra il cuore come lEfod.
Concludo con una storia su Yuda Zvi di Stretin, un maestro chassidico.
Un giorno gli chiesero: ma comè possibile per lei, Rabbi, ricordare ed enumerare nelle sue preghiere, i nomi e le necessità specifiche di centinaia di persone con le loro richieste di intercedere in loro favore?
Non ho una lista, rispose il Rabbi. Quando una persona viene da me e mi racconta i suoi problemi, mi sento completamente coinvolto e partecipo con tutto me stesso, finché rimango profondamente segnato nel cuore. Quando mi metto a pregare davanti a Dio, allora apro il mio cuore e dico: " guarda"
E quando Lui guarda, vede i solchi lasciati dai problemi che tutta questa gente ha condiviso con me.
Leggiamo spesso sui giornali, articoli riguardanti massacri dinnocenti.
Un pazzo spara su un gruppo di bambine e ne uccide sette.
Un fanatico entra in qualche sinagoga e fa una strage.
Un non meno fanatico criminale, spara con un fucile automatico, dentro una moschea facendo una carneficina dinnocenti.
Tutto questo, giustificato con una pretesa volontà di Dio che comanda questi massacri.
Tutto questo, giustificato con una pretesa obbedienza alle leggi di Dio, simbolizzate con quelle tavole che vedete sul nostro tavolo.
Quelle tavole, che noi esponiamo lì come simbolo dellalleanza con Dio, ma che, non dimentichiamolo mai, hanno anche una valenza intrinseca importante.
Non sono solo un simbolo.
Guardate il sesto comandamento.
Non uccidere.
Si uccide dunque anche nel nome del "non uccidere"
Perché ho fatto questintroduzione, di che cosa voglio parlare oggi? Sabato scorso, il Sefer e stato aperto alla pagina della parashà Shemini. In questa pagina sono dettate le regole della Kasheruth.
E io vorrei parlarvi, da grande incompetente dellimportanza della Kasheruth.
Nonostante la gran familiarità che abbiamo con questo concetto, in fondo non sappiamo molto bene il perché di certe cose, certe regole. Eppure, la Kasheruth, nella vita ebraica attraverso i secoli, e sempre stata centrale.
La Torah ci chiede che gli animali siano uccisi in un certo modo, senza dare spiegazioni, eccetto per il sangue: la vita, dice la Torah, è contenuta nel sangue di un corpo vivente.
E' chiaro in ogni caso che lo scopo della Kasheruth è la santificazione.
Dio dice: io sono il Signore che ti ha tirato fuori della terra dEgitto. Io sono santo, e ti ho creato a mia immagine. Dunque anche tu devi cercare di diventare santo come me.
La spiegazione di molti laici che giustificano la non osservanza delle regole della Kasheruth con unigiene alimentare migliorato attraverso i secoli, non ha nessun fondamento.
Ripeto, loggetto della Kasheruth, è la santità, la purezza.
Tante spiegazioni simboliche sono possibili su ogni cibo proibito, ed ogni cibo permesso: penso al fatto di ruminare che si avvicina al concetto di riflettere bene prima di agire.
Tante spiegazioni di tipo pragmatico sono possibili, come il fatto che losservanza della Kasheruth è sempre stata una barriera fortissima contro lassimilazione.
Ma lunica spiegazione che io voglio rimarcare, si trova scritto lì, sulla seconda tavola, in prima posizione.
Non uccidere.
Ecco perché, ho fatto lintroduzione sugli assassini. La Torah comanda alluomo del giardino dEden, di essere vegetariano, di cibarsi solo di frutta e verdura.
Lideale della Torah, è di cibarsi senza uccidere. Il comandamento non precisa: non uccidere gli esseri umani. Potrebbe esserci scritto non uccidere la vita che ho creato
Ma lappetito delluomo per la carne è un appetito non controllabile, e Dio ne è in fondo cosciente.
E allora ci dice: poiché non riuscite a controllare questo appetito, uccidete pure. Ma attenzione: rimanete sempre coscienti del fatto che state distruggendo una vita che ho creato io. E allora, uccidete secondo certe regole, con un rituale che vi faccia sempre ricordare che quello che state facendo, in fondo, non è una cosa buona. La morte non può mai essere presa alla leggera, sia che si tratti danimali che di persone, mantenendo però sempre le debite proporzioni nella propria mente.
Siamo sempre responsabili di quello che succede agli altri esseri viventi, uomini o animali, anche se non abbiamo direttamente partecipato alluccisione.
Losservanza della Kasheruth può essere vista, come il compromesso ebraico al comportamento ideale, vale a dire ottenere cibo senza uccidere, detto anche vegetarianismo.
Un esempio che mi ha colpito molto: un tribunale rabbinico di Boston, ha dichiarato non kasher, luva raccolta da operai chicanos oppressi e maltrattati.
Non voglio fare dellambientalismo facile, ma forse qualche tribunale rabbinico potrebbe anche dichiarare non kasher, le pellicce di foca, fatte con pelli di cuccioli massacrati a bastonate.
Kasher non significa santo o benedetto, o igienico. Kasher significa pulito, puro.
Le regole della Kasheruth sono lì per darci delle linee guida nella correttezza del nostro comportamento verso altri esseri viventi.
Oggi non parlerò della parashà di questa settimana, Kedoshim, che pure mi tentava molto. Come sapete, questa parashà contiene il principio fondamentale dell'ebraismo: ama il prossimo tuo come te stesso.
Oggi parlerò di vita e di morte.
Nella parashà della settimana scorsa, Achare Moth, "Dopo la Morte", Aaron perse due figli.
E noi questa settimana abbiamo perso un fratello.
Ico se n'è andato.
La cerimonia despiazione nel tabernacolo fu un grande evento, protagonisti un magnifico Aronne e i suoi giovani figli che sentivano la Shekhina, la presenza divina su di loro.
E poi, successe il fattaccio: Nadab e Abihu, figli di Aronne, morirono per una colpa commessa. Non sappiamo e non sapremo mai quale fosse questa grave mancanza. Probabilmente peccarono dorgoglio.
La cerimonia despiazione continuò. La vita continua sempre dopo la morte. Però tutto fu diverso.
La morte divide sempre il " PRIMA" dal "DOPO". Tutto continua, ma in modo diverso.
La Shoà ha creato uno spartiacque tra il "prima" e il "dopo". Eppure noi abbiamo continuato a vivere.
Certo, in modo diverso da quello che sarebbe stato.
Ma abbiamo continuato.
Ieri, abbiamo commemorato i nostri morti, quelli sterminati, e quelli caduti nelle varie guerre. Oggi invece gioiamo per Yom Haazmaut.
La gioia deve vincere contro il dolore, anche se, la morte lascia sempre un segno.
La morte di un nostro caro non ci lascia mai freddi o indifferenti. Eppure, non dobbiamo cercare di rimuovere o di dimenticare.
La Torah e le leggi Halahiche cinsegnano che dobbiamo considerare la morte in modo realistico, senza compiangere, e senza glorificare. Dobbiamo solo imparare a convivere con essa, e dobbiamo, laddove possibile, imparare da lei.
La morte va affrontata senza autocommiserazione e senza futili rimpianti, ponendoci la domanda che Rabbi Soleveitchik chiama "La questione halachica": Cioè, adesso che è successo, che il fatto esiste, che non possiamo farci niente, che cosa dobbiamo fare? Qual è la strada che dobbiamo seguire?
Dopo la morte dei figli di Aronne, il Levitico tira delle "conclusioni", con una lunga lista di atti proibiti, per una vita pura e giusta.
In questa parashà, Achare Moth, Dopo la Morte, Dio ci chiede di rispettare le sue regole e i suoi principi, in modo da VIVERLI. La parola usata è proprio questa: "V'hai Bahem", vivere in essi.
Da questo proviene il principio delle leggi della Torah, generatrici di vita.
Da questo proviene anche la preponderanza della vita sulla morte e sugli adempimenti. PIKUAH NEFESH" La vita ha la precedenza su tutto.
Anche Giobbe ci dà una sua interpretazione della morte e dice: Dio ha dato la vita e Dio lo ha preso, Benedetto Egli Sia.
Ma si può lodare e ringraziare Dio allo stesso modo, sia perché dà vita, sia perché la prende?
Io ho dei dubbi, e mi sembra giusta l'interpretazione di Rav. Yehuda Ibn Shmuel: Dio ha dato la vita e Dio l'ha preso. Benedetto egli sia per il periodo trascorso tra il "dare" e il "prendere".
A noi tocca rendere questo periodo, felice, ma anche pulito, nella ricerca continua del Bene e del Giusto.
Ico lo ha fatto.
Questa settimana, abbiamo cominciato la lettura del quarto libro della Torah, Bamidbar.
Siamo ad una settimana da Shavuoth che festeggia la consegna della Torah sul monte Sinai.
Un posto fuori dalla civiltà, un vero no-mans land.
E' un simbolo importante. La scelta di un luogo così isolato potrebbe significare la non-appartenenza della Torah a nessun popolo specifico.
E' consegnato là, nel no-mans land, a disposizione di quelli che la vogliono cercare. Così come noi, che forse dovremmo essere più disponibili verso quelli che vengono a cercarci.
La prima cosa che fa Mosè in questa Parashà, è un censimento degli adulti maschi, per creare un esercito.
Perché un esercito?
Eravamo così bene abituati ai miracoli di Dio tramite Mosè: Piaghe, Uscita di Egitto, Manna, Mar Rosso, ... era tutto così comodo. Adesso invece ci vuole un esercito.
E perché mai?
Cè una lezione importante in questo: per godere dellaiuto miracoloso divino, nel proprio paese, Israele deve avere un esercito ben preparato ed equipaggiato.
La legge ebraica non ci permette di rimanere inattivi, in attesa di futuri miracoli. Abbiamo lobbligo morale di essere sempre e comunque attivi e propositivi. Mai passivi e distruttivi.
Questesercito, era un po' strano, quasi rivoluzionario.
Per la prima volta nella storia, si creava un vero esercito popolare. Non era una cosa da poco. Tutti quelli eleggibili, dai 20 anni in su, ne facevano parte.
Lidea di un esercito popolare è unidea moderna. Non si riscontra né in Assiria, né in Babilonia, né in Egitto, Grecia o Roma. Si tratta di un concetto sconosciuto persino nel medioevo, dove la difesa del popolo e della patria apparteneva ai nobili che comandavano, e ai loro schiavi che ubbidivano, insieme a qualche mercenario di passaggio.
Pochi sanno che larmata popolare è stata inventata dagli Ebrei.
Unarmata particolare anche da un altro punto di vista: Mosè comanda il censimento e chiede il numero dei nomi, considerando il popolo dIsraele, in relazione a tutte le famiglie e a tutti i casati.
I nomi sono importanti nel suo discorso. Pongono laccento sul valore dellindividuo.
Il soldato israeliano non diventa mai un numero senza nome, ma rimane sempre un individuo. Non sarà mai un soldato anonimo, ma sarà considerato come una persona, parte di un popolo, di una famiglia, di un casato.
Un soldato-combattente in caso di bisogno, un figlio e un membro della sua famiglia sempre.
Devo confessarvi che questa volta, per la prima volta da quando sto preparando questi interventi, mi trovo realmente e fortemente in difficoltà.
Ho sempre cercato, con la massima umiltà, di individuare nella Torah, uno spunto per esporre qualche aspetto della nostra vita e dei problemi che viviamo, e ho sempre considerato la Torah come un punto di riferimento in chiave decisamente positiva, come una guida per il nostro comportamento.
Ho dei seri problemi per fare lo stesso ragionamento con un passo della parashà Nasso'. Mi sto ponendo un problema di coscienza, di cui vi faccio partecipi come dei fratelli, quali siete per me.
Abbiamo il diritto di avere uno sguardo critico verso la Torah?
Non voglio offendere nessuno e lungi da me lidea di considerarmi competente. Ma nella mia ignoranza, e senza la guida qualificata di qualche studioso, io non riesco a capire quanto scritto in questo passo biblico.
Ripeto, sicuramente si tratta di una mia mancanza alla quale cercherò di ovviare in qualche modo. Farò appello ai nostri studiosi, e forse a fine seduta qualcuno mi aiuterà.
Ma il passo biblico in oggetto, mi lascia perplesso.
Si tratta del passo sulla donna sospetta di adulterio.
O peggio ancora, sospettata dadulterio da parte del marito.
Anche nel caso il marito non abbia nessuna prova del tradimento o nel caso di semplice gelosia, la donna è umiliata.
La si accompagna presso il sacerdote insieme ad unofferta, poi si procede con un giudizio di Dio.
Il sacerdote cerca di impressionare la donna e prepara una specie di bevanda amara intingendo dentro un foglio su cui ha preventivamente scritto uninvocazione, e il cui inchiostro si scioglie nellacqua.
Poi dice alla donna: bevi senza paura se non hai peccato. Ma attenzione, se hai conosciuto un uomo al di fuori del matrimonio, allora Dio farà di te oggetto desecrazione per tutti, e questa bevanda penetrerà nelle tue viscere gonfiando il tuo ventre e facendo cadere il tuo utero.
Se la donna accettava la prova, allora si procedeva con il rituale che a me sembra più magico che religioso.
Era un rituale tremendo, pieno di minacciosa paura, che metteva la donna in una situazione di pressione psicologica enorme e di completa sottomissione a suo marito, direi quasi al suo padrone.
Era anche offensivo: il sacerdote scopriva il capo della donna e la scapigliava prima della prova, e questo era considerato estremamente degradante.
Si cercava di impressionare la poveretta fino alla confessione delleventuale colpa.
Lespiazione era tremenda: dopo aver scoperto il capo della donna, scapigliandola, le si strappavano i vestiti mettendo a nudo il suo seno, e facendola girare intorno al santuario tra tutto il popolo.
Era una cerimonia spaventosa, una vera messa alla gogna.
Io a questo punto mi chiedo: e il marito geloso? E quello sadico? E quello mal disposto o vendicativo che voleva soltanto far soffrire ed umiliare la donna anche se innocente?
Come si può dare tutto questo potere su un essere umano ad un altro essere umano.
E lunico caso della Torah, in cui in effetti si invoca un miracolo ripetitivo, un giudizio di Dio.
Illustri commentatori hanno dato delle spiegazioni in chiave positiva.
Hanno detto che si volesse in questo modo impedire al marito di abbandonarsi ad atti di violenza contro la moglie, obbligandolo a presentarsi comunque davanti ad un giudice.
Hanno detto che potesse trattarsi di una cerimonia talmente spaventosa, da avere un forte effetto deterrente e rendere le donne non solo fedelissime, ma anche esteriormente e psicologicamente sottomesse, e attente a non sfiorare la suscettibilità maschile del proprio marito.
Non mi sento personalmente convinto da queste spiegazioni. Troppo potere nelle mani di un uomo, troppa umiliazione per una donna.
Ripeto, non è mia intenzione essere irrispettoso della Torah, od offensivo verso qualcuno. Cerco soltanto di capire. La mia lettura, superficiale per forza di cose, non mi permette di penetrare questo passo, che rimane per me, ermetico se non scioccante.
Non chiedo di meglio che essere illuminato sul senso profondo e sullinsegnamento di questo passaggio.
Ad una prima lettura comunque, mi sento francamente in difficoltà.
Parashà di grande attualità che parla di giustizia, punto centrale dell'insegnamento della Torah.
Potrei parlarvi di giudici e magistrati. Di come una legge senza esecutori, senza "denti", non abbia nessun valore pratico. Potrei parlarvi dell'obbligata pulizia e correttezza dei giudici, e del midrash su Rabbi Hanina e il suo albero, che probabilmente conoscete.
Parlerò invece del divieto di piantare presso l'Altare, alberi dedicati ad Astarte, la dea della fecondità e del divieto di erigere monumenti alle divinità pagane. Questo divieto segue immediatamente i tre versi riguardanti l'amministrazione della giustizia.
Il rapporto tra le due idee è difficile da stabilire. Cercherò di dare un mio contributo, premetto, discutibile e provocatorio.
Esistono, nell'ebraismo attuale, due diverse visioni della propria identità.
Una visione consiste nel pensare che tutto quanto si evolva, avanzi, e si trasformi nel tempo, che quindi anche l'ebraismo si sia evoluto e si stia evolvendo a traverso i secoli.
Un'altra visione invece consiste nel ritenere che niente debba muoversi all'interno di regole ben precise e codificate, che queste regole siano sacre e immutabili. Chi non rimane all'interno di questi codici, chi vuole ragionare su queste regole e dare una propria interpretazione diversa, e considerato blasfemo.
Una, e una visione tollerante e pluralista, l'altra invece, molto minoritaria, e faziosa e intollerante.
Esistono, sia tra i cosiddetti laici, sia tra i cosiddetti religiosi, gruppuscoli che rifiutano l'altro. Tra questi gruppuscoli e il pensiero pluralista come lo conosciamo noi del Bené Berith, ci deve essere una discriminante.
Qual è questa discriminante.
Io penso che la discriminante sia l'idolatria.
La lealtà a Dio è un punto fondamentale del nostro credo. L'idolatria quindi, è alto tradimento verso le leggi di Dio.
E' mia opinione che chi non rispetta il prossimo, chi pensa che il proprio modo di vivere l'ebraismo sia l'unico possibile e permesso, chi non tollera l'esistenza daltre vie per vivere il proprio ebraismo, pecchi didolatria.
Non rispettare il principio massimo dell'ebraismo, e cioè il rispetto del prossimo così com'è scritto nella parashà Kedoshim, porta a credere di più al proprio "modus vivendi" che non all'insegnamento di tolleranza della Torah. Il rischio è l'idolatria, poiché si santificano schemi e atteggiamenti codificati senza curarsi delle idee e dei principi.
Mosè dice : "Zedec-Zedec"
Giustizia, giustizia, ripetuto due volte non a caso.
Significa Giustizia sì, ma in modo giusto, significa Giustizia sì, ma in pace.
Significa che il giusto si trova sempre un poco da tutte due le parti, che non possiamo pensare di essere nel giusto unicamente noi e che dobbiamo cercare di capire anche le ragioni dell'altro.
In ultima analisi, significa tolleranza.
Quelli che, in modo provocatorio accuso didolatria, non meritano questo ripetersi della parola Zedec.
Ritengono che il proprio modo di vivere, sicuramente nel giusto, li esima dal cercare il giusto anche nella visione dell'altro.
La loro visione della Torah è monca.
Oggi vorrei parlarvi di discriminazione.
Di discriminazione contro ebrei che non erano ebrei alla nascita.
Sono casi di cui sentiamo tutti parlare periodicamente, con dispiacere e con indignazione.
I vari personaggi che incontriamo nella Torah, spesso pregano. Sono preghiere dovute a situazioni particolari, quasi sempre spontanee e non codificate o pre-formulate.
Poche sono le preghiere pre-formulate. Una di queste, si trova proprio nella parashà KI-TAVO', ed è la preghiera per l'offerta delle primizie.
Questa preghiera è una dimostrazione della piena presa di possesso della terra promessa ai nostri avi ed è seguita dal racconto della storia del popolo d'Israele, a cominciare dal nostro padre Abramo, -Arameo in cerca di un punto di riferimento, fino all'uscita dEgitto, alla libertà ritrovata ed al raggiungimento di queste terre.
La stessa liturgia si ritrova anche nell'Agadah Di Pesah, in cui si racconta la storia di un popolo sulla sua strada per la libertà.
La libertà può pienamente manifestarsi soltanto con il primo frutto ottenuto dopo un lungo processo di liberazione.
Per poter dire: "Ecco, siamo qui liberi, nel nostro paese", dobbiamo avere davanti ai nostri occhi il primo frutto ottenuto. Soltanto quel giorno possiamo considerare compiuto il ciclo storico della liberazione. Il primo frutto è la prova della piena presa di possesso della terra a noi promessa.
Questa combinazione tra il regalo di Dio, che è la terra, ed il lavoro dell'uomo, produce il frutto della terra, simbolo di libertà e di gioia.
Gioirne, è un comandamento inequivocabile della Torah.
Però...
Esiste anche una regola della Mishna che afferma che il proselito, può e deve partecipare all'offerta delle primizie ma non può recitare il testo della preghiera, poiché ci si parla di "Terra Promessa da Dio ai nostri padri" che chiaramente, non erano i suoi padri.
E' una regola imbarazzante, che è stata giustamente rivista da Maimonide, che nella sua Mishne Torah, dichiara che il proselito, come qualunque altro ebreo, deve offrire le primizie e recitare il testo completo della dichiarazione.
Siccome non esiste nessun altro caso in cui Maimonide si schiera contro le regole della Mishna, vale la pena di soffermarsi su questo punto.
Gli Hahamim lo hanno fatto per anni, andando avanti a discutere, finché, qualche decennio addietro, non si è scoperto una lettera di Maimonide. In questa lettera, molto conosciuta, Maimonide scrive ad un proselito di nome Abdul-Alla, diventato Ovadia, (Servo di Dio in tutte le due lingue), che gli aveva chiesto, con sofferenza, come mai lui, discendente di pagani, poteva recitare senza mentire, le preghiere che contenevano la frase "Dio nostro e Dio dei nostri padri, " pur sapendo che il Dio d'Israele non era il Dio dei suoi padri.
Maimonide, nella sua risposta gli dice di recitare le preghiere così come sono scritte, poiché anche Abramo era un proselito, che si era convertito dall'idolatria alla giusta via di Dio, e che dunque anche i discendenti di Abramo possono essere considerati in qualche modo proseliti. Maimonide assicura Ovadia e gli dice che diventando ebreo, Abramo è diventato anche suo padre, e che non esiste differenza tra lui e uno nato Ebreo.
L'Ebraismo non è perpetrato soltanto per nascita ma anche per convincimento e conversione, e chi si ritrova nell'Ebraismo, non acquisisce soltanto una religione, ma anche interamente la storia di un popolo.
Ruth, che è il prototipo della donna convertita, mentre si converte alla religione di sua suocera Naomi, prima ancora di dire "il vostro Dio sarà anche il mio Dio" dice "il vostro popolo sarà anche il mio popolo". Entrare nella religione ebraica, significare far parte del popolo ebraico a pieno titolo, accettando come progenitori, Abramo Isacco e Giacobbe. Il proselito può dunque recitare il pieno testo dell'offerta delle primizie, in tutta coscienza.
Il punto di vista di Maimonide, contrario alla Mishna, è anche confermato da Rabbi Judah, nel Talmud di Gerusalemme, quando commenta il verso della Genesi in cui Dio dice ad Abramo, che lo ha fatto padre di una moltitudine di nazioni, includendo automaticamente nella discendenza di Abramo, anche i non ebrei che accettano il credo e il popolo di Abramo.
Siamo arrivati quasi alla fine del Pentateuco. . Mosè, che non potrà entrare nella terra promessa, abbandona il proprio ruolo pubblico e passa la leadership a Giosuè.
La Bibbia dice: Mosè andò e parlò al popolo. Non è precisato dove andò. Non lo sappiamo esattamente. Ma possiamo cercare di capirlo attraverso i vari commenti.
Mosè andò; andò lui stesso dal popolo e visitò ogni tribù per prendere commiato, per salutarli dopo un leadership durato per 40 anni e più.
Mosè andò, aveva 120 anni ma camminò lui stesso, a dimostrazione che il suo abbandono non era dovuto all'età ma ad una specifica richiesta divina.
Mosè andò, a parlare ai suoi fratelli del futuro, a presentare il suo successore, a rassicurarli sulla continuità della mano di Dio su Israele.
Mosè andò, perché una volta abbandonato il potere e la carica pubblica, la gente non venne più da lui. Dovette andare lui stesso a trasmettere il suo messaggio.
Mosè andò, perché gli altri erano troppo presi nella loro azione per creare contatti e appoggi con la nuova amministrazione. Non avevano più tempo per il vecchio leader.
Mosè infine andò, perché aveva sicuramente qualche nuovo messaggio da dare, e nessuno veniva ad ascoltarlo.
Aveva due messaggi da trasmettere.
Il primo messaggio era che nessun leader è indispensabile, specie sotto la mano protettrice di Dio.
Il secondo messaggio era: la fiducia in Dio non è sufficiente per entrare nella terra promessa. Ci vuole anche uno sforzo personale notevole. Dio non conquisterà mai niente per conto nostro. E' il popolo che deve essere FORTE E CORAGGIOSO.
Questi due aggettivi FORTE E CORAGGIOSO sono ripetuti diverse volte qui, e anche sul libro di Joshua.
Essere FORTI E CORAGGIOSI diventa lo slogan della campagna di conquista della terra promessa.
Il punto cruciale é proprio questo: per meritare la terra dIsraele, oltre alla fiducia in Dio, dobbiamo essere Forti e Coraggiosi.
La mancanza di una di queste due qualità, rende vano il tentativo di vivere in Israele.
Essere forti, avere un enorme arsenale, armi modernissimi, senza essere motivati e coraggiosi è inutile.
D'altra parte, essere motivate coraggiosi, senza equipaggiamento, senza essere forti, è ancora più inutile.
Il soldato di TSAHAL giura durante una cerimonia solenne, alla presenza dei suoi cari.
Il luogo scelto è altamente simbolico: di solito Massada oppure il Cotel.
I soldati vengono chiamati individualmente, con il proprio nome, e si presentano con un'arma e la Bibbia.
L'arma simbolo della forza, La Bibbia, simbolo del coraggio e della motivazione.
Questa parashà contiene moltissime idee importanti.
Io vorrei svilupparne una, che a mio avviso è d'importanza capitale nel mondo moderno, nelle società democratiche.
La scena è idilliaca: un vecchietto è seduto davanti alla sua tenda, a riposarsi e a prendere sole dopo un lungo lavoro, probabilmente di circoncisione.
Il caldo è insopportabile.
Abramo è triste perché con questo caldo nessuno viaggia e lui non ha ospiti con cui chiacchierare.
All'improvviso vede arrivare tre viandanti.
Abramo è felice come una pasqua: potrà finalmente esercitare la sua proverbiale ospitalità. Non dimentichiamo che la sua tenda aveva quattro ingressi, uno su ogni lato, perché nessun viaggiatore potesse passare a sua insaputa, senza che lui avesse la possibilità di accoglierlo.
I tre viandanti erano manna per lui. Li accolse con grande rispetto e gioia, pur non sapendo che fossero angeli. Li credeva probabilmente nomadi, ma l'accoglienza fu lo stesso entusiasta.
Così comincia la tradizione di ospitalità che dovrebbe caratterizzarci, (e non solo noi) e che dovremmo dimostrare a quanti vengono nella nostra comunità, accogliendoli a braccia aperte, essendo felici della loro presenza, trattandoli con grande rispetto. Penso alle diverse componenti della comunità di Milano, forse un poco snobbati perché ancora stranieri.
I tre viandanti furono dunque accolti da Abramo, che capì poi chi fosse il loro mandante.
Il mandatario è tale quale il mandante si dice. E Abramo ospitò Dio nell'apparizione dei suoi angeli, che secondo una teoria, non hanno esistenza propria, ma sono apparizioni create ad hoc per un certo compito.
Questo spiega il loro numero: erano tre perché avevano tre compiti ben distinti.
Il primo doveva annunciare la nascita dIsacco
Il secondo la distruzione di Sodoma
Il terzo la salvezza di Lot.
A questo punto, Abramo compie la sua missione forse più importante, nell'insegnamento dei valori della Torah.
Lui è profeta, ma anche garante della giustizia e dei diritti umani.
E' sottoposto ad un esame di coscienza.
E' stato scelto per una missione: deve trasmettere un insegnamento di virtù sociali e morali ai suoi figli e nipoti. E' giusto dunque che esprima le sue idee sulla giustizia, e dimostri la sua partecipazione emotiva alla sorte dei suoi fratelli. Lui è il garantista, la coscienza umana che non permette la giustizia fredda ed impersonale.
Il dialogo tra Abramo e Dio è molto interessante. E' un dialogo a parti invertite. Sembra quasi che Abramo chieda conto a Dio del modo in cui Lui amministra la sua giustizia.
E' proprio questo rovesciamento di parti, in cui Dio, paziente ed in fin dei conti umile, ascolta le critiche, rispettose ma tenaci ed insistenti dAbramo, che rende questo passo biblico, fondamentale non tanto per la storia vissuta fino ad oggi, quanto per il nostro presente doccidentali.
La vittoria dAbramo è molto significativa: è il trionfo della giustizia, ma anche della carità, della compassione, in fin dei conti del garantismo.
E' l'affermarsi del principio moderno, in cui il giusto non deve essere coinvolto nella punizione che colpisce i peccatori, che la sorte dell'individuo non può essere determinata dalla corruzione dell'ambiente in cui vive, che il bene deve sempre prevalere sul male, e che piuttosto che condannare degli innocenti, è meglio risparmiare la pena a molti delinquenti.
Questo è un principio molto moderno, verso cui tendono tutte le democrazie. E' un insegnamento che dobbiamo tenere davanti ai nostri occhi per il nostro comportamento verso il prossimo.
Di cosa potrei parlarvi oggi, se non di fratelli, e di questa lotta fratricida che viviamo oggi nella nostra comunità.
Essere fratelli è un legame molto importante. Creare e mantenere un rapporto solido e duraturo con i propri fratelli è sicuramente proficuo sotto tutti i punti di vista.
Spesso i fratelli sono anche negli affari insieme. La relazione è sempre molto complessa e sfaccettata.
Una disputa con i propri fratelli è una brutta cosa: un fratello intransigente può distruggere sia moralmente sia economicamente una famiglia.
E' difficile, una volta che il rapporto sincrina, ripartire da zero e ricreare quella vicinanza e quel calore che dovrebbe sempre esistere nelle famiglie.
Dobbiamo starci molto attenti tutti.
Eppure, l'Ebraismo si basa anche su un concetto fondamentale: gli individui possiedono la forza per cambiare. Un delinquente possiede in sé la capacità di diventare uno zaddik.
Questo è esattamente quanto succede nella parashà di Va-jshlach, letto sabato scorso.
Yaacov ha una brutta reputazione. E' considerato un disonesto, un truffatore, un uomo poco raccomandabile.
D'altronde cosa possiamo aspettarci di uno che ha truffato suo padre e suo fratello maggiore e ha rubato loro una benedizione?
Persino suo nome significa truffatore: KOL ACH AKOV ... YAAKOV , "OGNI FRATELLO E TRUFFATO"
La sera prima di incontrare suo fratello Esav, Yaacov combatte una battaglia interna.
E' solo, arriva un uomo misterioso con cui lotta tutta la notte.
Questo è un processo importante desame di coscienza. Cambiare è molto difficile, però ci si può riuscire. Yaacov ci riesce, e questo gli crea una tale felicità che addirittura non vuol più lasciar partire il suo avversario, gli chiede una benedizione.
La lotta è finita, e la parte buona ha vinto.
Ci sono però delle conseguenze: quel mal di schiena non gli sarebbe venuto se non avesse dovuto lottare, se si fosse messo dall'inizio dalla parte dei giusti.
E giusto fare un esame di coscienza e cercare di redimersi. Teniamo presente però che esiste il rischio reale di venirne fuori con le ossa malridotte. Meglio partire sempre con il piede giusto ed evitare queste lotte.
Yaacov comunque ne viene fuori molto bene. Tant'è che il suo nome Yaacov che era negativo, è cambiato in Yisrael che contiene la parola Yashar, diritto, ma anche "SAR-EL" Principe di Dio.
I due fratelli si possono riabbracciare. Yaacov non è più un usurpatore che viveva il destino di suo fratello, ma un uomo giusto, che ha imparato l'amore fraterno.
La famiglia che si è traumaticamente divisa, si è ricomposta.
Che sia d'esempio per tutti noi.
"Quello che Dio ha comandato, noi faremo", seguito dalle parole "e ascolteremo".
Questa frase è stata considerata per generazioni, alla base dell'essenza dell'Ebraismo.
"Na'ase ve'nishma", faremo e ascolteremo.
Certi filosofi moderni ebrei, hanno percepito questo, come se quello che conta fosse solo il "fare". Hanno sostenuto che l'ebraismo non è una filosofia, ma un modo di vita. Bisogna prima fare e poi, se lo vogliamo, possiamo anche "ascoltare" quanto ci è detto. La seconda parte della frase è subordinata, quasi ininfluente sulla prima che è il "Na'ase", il" fare".
Ma la piena accettazione della Torah significa forse che dobbiamo concentrarci solo, o soprattutto, sul "fare" quanto ci viene comandato? Dobbiamo considerare la Torah come "La Legge", comè stato erroneamente tradotto da non ebrei, basandosi sulla prima traduzione in greco NOMUS?
Oppure dobbiamo forse affermare che la Torah significa insegnamento, il che comprende non solo la legge, "LHalaha", ma anche il racconto, "LAggada", che deve essere ascoltato?
La risposta autenticamente ebraica non può essere che una sola: ebraismo significa insieme, nello stesso tempo, Halaha, "il fare", e Aggada, "l'ascoltare". Sono le due facce della stessa medaglia.
Na'ase ve'nishma, in cui "il fare" precede" l'ascoltare", rappresenta per forza l'ordine ideale e desiderabile?
"Faremo e ascolteremo": questa frase che viene alla fine di questo racconto, forse non ne è il punto culminante ma solo l'unico compromesso possibile.
Vorrei illustrare questaffermazione.
All'inizio del racconto, Mosè va dal Signore, che gli ordina di parlare ai figli dIsraele, e di dir loro che ascolteranno la voce di Dio. Mosè, ubbidiente va dal popolo e li informa che il Signore parlerà loro.
La risposta del popolo è un po' strana: tutti rispondono all'unisono: " Tutto quello che Dio ha comandato, noi faremo".
Dio chiede loro di ascoltare, ma loro rispondono che "faranno".
Probabilmente non vogliono impegnarsi ad ascoltare. Preferirebbero una religione che chiedesse loro solo di "fare", di ubbidire agli ordini. Pensano, come lo facevano in modo molto sfumato Mendelssohn e Spinosa, che l'ebraismo non è solo una legge, è anche un modo di vita, per contro non è un modo di pensare, né un insieme di convinzioni e dopinioni.
Dobbiamo sapere che "ascoltare", in ebraico non significa soltanto sentire con le orecchie, ma capire, percepire, identificare con intelligenza. Pensate a Shema Yisrael, ascolta Israele.
Mosè è un messaggero fedele. Non entra in discussione con il popolo e, nella migliore tradizione della diplomazia dei piccoli passi, porta la risposta del popolo a Dio, che non l'accetta completamente. Sembra che al Signore, il "fare" soltanto non basti. Non è pronto a rinunciare alla sua esigenza di "ascolto". Così, trova un modo indiretto e più diplomatico per farli ascoltare, e dice: verrò a parlare con te Mosè, però davanti al popolo, in modo che anche loro possano sentirmi.
E parla con Mosè, ed è subito tragedia: succedete di tutto e il popolo non resiste.
Non è forse pronto per una religione che lo faccia anche ragionare.
Dicono a Mosè: per favore, parla tu con Dio, e trasmettici la sua parola che noi "ascolteremo". Non farci sentire la voce di Dio, ne moriremmo.
Finalmente, anche loro sono pronti per un compromesso: accettano in qualche modo di "ascoltare" e non solo di "fare". Però rimangono distanti da Dio. La loro preferenza rimane sempre diventare soldati ubbidienti, invece di discepoli percettivi.
Fanno comunque un ultimo tentativo. Alla fine della parashà, quando hanno preso conoscenza di tutte le richieste di Dio, rispondono ancora compatti: tutto quello che Dio ha comandato, noi faremo.
Mosè non si scoraggia e riesce a far aggiungere la parola "ascoltare" all'affermazione che alla fine diventa: "Tutto quello che Dio ha detto, noi faremo e ascolteremo"
Alla fine di questa trattativa drammatica, gli ebrei finalmente accettano, non solo di agire, ma anche di ascoltare nell'azione. E come risultato, non solo di ubbidire agli ordini scritti, senza vita, ma anche di ascoltare la parola di un Dio vivente.
Na'ase ve'nishma non sono due concetti diversi, ma un solo concetto simultaneo.
Se Dio avesse voluto solo cieca ubbidienza, avrebbe creato dei robot, e non persone in cui ha impiantato una mente pensante e un cuore sensibile.
Lo sguardo dellebraismo sul culto sacrificale è sempre stato ambivalente. Esiste una letteratura, sacra e non, enorme su questargomento.
Da una parte, si pensa che il sacrificio sia lespressione profonda del desiderio di avvicinarsi il più possibile alla divinità, (in ebraico, la parola Korban deriva da Le Hakriv, avvicinarsi) dallaltra parte invece, tanti profeti e anche pensatori medievali come Maimonide, guardano al sacrificio come uno strumento per allontanarsi dallidolatria e dal sacrificio umano.
Questattitudine contraddittoria ci pone anche qualche problema di coscienza.
Può un ebreo, che non considera il sacrificio come un modo di avvicinarsi a Dio, recitare la liturgia e le preghiere per il ripristino completo dei riti sacrificali, che occupano un posto molto rilevante nel libro tradizionale di preghiere?
Il sacrificio pone un problema estetico, ma anche morale a tanti ebrei moderni, che non concepiscono unelevazione spirituale nel tagliare carne, versare sangue, togliere la vita e bruciare incenso.
Daltra parte, è innegabile che il sacrificio faccia parte della legislazione della Torah, ma anche della storia ebraica del primo e del secondo tempio, e delle preghiere per la ricostruzione del terzo tempio.
Pensatori ebrei moderni, come Harav Kook e Franz Rosenzweig affermano che non dobbiamo preoccuparci del problema finché il problema stesso non si presenta. Allora le condizioni saranno tali per cui potremo capire e prendere le decisioni giuste. Quello che adesso dobbiamo fare, è imparare dai capitoli della Torah sui sacrifici, e tirarne gli insegnamenti necessari.